Una “Terra di Mezzo” a Dragone

Un’azienda agricola e le sue radici, i suoi progetti, la sua umanità

In una splendida giornata di autunno ci accingiamo a raggiungere la Terra di Mezzo. No, non stiamo cercando di materializzarci in un libro di Tolkien, anche se il nome della località verso la quale ci stiamo dirigendo non può che scatenare un immaginario fantasy: Dragone di Montedinove.

Azienda agricola Terra di Mezzo di Stefano Galli a Dragone di Montedinove

Quella che stiamo per visitare è un’azienda agricola decisamente particolare, che senza dubbio ci riserverà qualche sorpresa. Ad accoglierci è il suo titolare, Stefano Galli, che con la sua tenuta da lavoro ci mostra immediatamente il suo volto più autentico. Per incontrarci ha lasciato momentaneamente la raccolta delle olive, in un terreno vicino che successivamente visiteremo. Immediatamente mi tolgo la curiosità di capire l’origine del nome della sua azienda: “Terra di Mezzo”.

Ci troviamo praticamente ai confini di tre comuni e due province. A livello “macro” stiamo tra i monti e il mare, circa a metà strada. I comuni di riferimento sono Montalto, Montedinove e Montelparo. Il nome “Terra di Mezzo” gliel’ho dato prima di conoscere Il Signore degli Anelli, Tolkien me l’ha copiato! (ride)

Chiacchierando scopro che la storia di quest’azienda, come spesso accade, è strettamente intrecciata con quella della famiglia di Stefano. Si risale addirittura al 1500, al tempo in cui l’agricoltura serviva essenzialmente a sostenere i bisogni della famiglia e degli animali.

Nel ‘500 si lavorava in maniera molto diversa, perché l’obiettivo di ogni famiglia era quello di arrivare alla fine dell’anno col maiale in salute. Quello era l’obiettivo. E quando ammazzavi il maiale avevi la vita assicurata per l’anno successivo. Lo scopo del “gioco” era la sopravvivenza.

E poi cos’è successo?

Nel ’71 i miei nonni paterni si spostarono qui, comprarono questo appezzamento di terra e in un certo senso cambiarono modello produttivo, perché là si faceva agricoltura di sussistenza, che era un’agricoltura tipica degli anni pre “rivoluzione verde”. Ci fu così un primo abbandono delle campagne, le bestie vennero sostituite dalla meccanica e si cominciò a seguire una monocoltura generalmente. Nel nostro caso vite e pesche, che venivano mandate ai mercati del nord Italia e del nord Europa.

Per 20 anni questa è stata una fonte di reddito non indifferente, fin quando è arrivata la cosiddetta globalizzazione. Le pesche hanno imparato a coltivarle anche in Spagna, in Marocco, in Grecia. La Campania che prima non aveva grosse quantità, ha iniziato a metter giù impianti a non finire, fino a quando non è esplosa la bolla. Qui a marzo avreste visto tutto rosa, con tutti i peschi fioriti. Oggi ci sono appena una cinquantina di piante. E allora c’è stato il secondo abbandono, la fuga, e chi è rimasto si è dovuto un po’ reinventare. Si è reinventato sostanzialmente seguendo due filoni: quello dell’efficientamento, oppure quello della diversificazione, quindi una piccola produzione, ma più variegata possibile. Io ho fatto questa scelta.

Da quanto tempo hai in mano l’azienda?

Dal 1998. 20 anni. I primi dieci mi sono serviti per capirci qualcosa. I secondi 10 per tentare di fare! Diversificare costa. Perché devi sapere molte cose, hai piccole produzioni, rischi altissimi e quindi la possibilità di sbagliare è abbastanza elevata. Però abbiamo fatto questa scelta e su questa scelta noi vogliamo proseguire per due motivi fondamentalmente: uno perché quest’azienda non è strutturata in modo da poter diventare efficiente.

Azienda agricola Terra di Mezzo di Stefano Galli a Dragone di Montedinove

Il massimo dell’efficienza è un corpo unico di terra irrigua di forma regolare in pianura. Quest’azienda di tutti questi elementi non ha niente, perché è frantumata su tre comuni e due province, ha dei pezzi irregolari, non è tutta in pianura… E poi subentra la questione affettiva. Io sono legato a questa terra in maniera spropositata. Per me è più semplice immaginarmi a fare un altro lavoro, piuttosto che a fare questo lavoro da un’altra parte, perché io sono ferocemente legato a questo posto. Con tutti i suoi difetti, anche perché lavorare e vivere qui non è semplice.

E il punto vendita a Porto San Giorgio?

È un’avventura che è iniziata 5 anni fa. Fare vendita diretta non è affato semplice, ci si incontra e scontra con i desideri dei consumatori, che non sempre sono chiari. Abbiamo capito di dover proporre un’offerta più vasta possibile, e per questo abbiamo cominciato a coltivare anche gli ortaggi. Addirittura proponiamo ai clienti verdure già pronte all’uso o alla cottura.

Com’è il rapporto tra consumatore e stagionalità?

Bisogna capire cos’è la stagionalità, bisogna “mettersi d’accordo”. Pensa che la stagionalità qui e a Pedaso è diversa. I primi finocchi per esempio arrivano sul banco a luglio. Abbiamo già destagionalizzato! Perché i finocchi prima di ottobre qua non dovrebbero arrivare. Tutti gli stereotipi che in questi anni ci siamo dati: stagionalità, biologico, km0… Questi qui sono slogan che sganciati da quello che è l’impresa, l’imprenditore, il coltivatore, non hanno senso. Sono concetti talmente aleatori che noi non riusciamo bene a individuare. Ti faccio un esempio: è meglio un ortaggio coltivato a km0 al confine con uno svincolo autostradale o un ortaggio coltivato a 600 km in zona parco? Meglio un frutto bio coltivato da manodopera sfruttata o un frutto coltivato con metodi convenzionali con manodopera regolare?

Queste ovviamente sono provocazioni. Ciò verso cui dobbiamo tendere è stabilire dei rapporti umani fra chi coltiva e chi consuma. Perché se tu non costruisci un rapporto di fiducia, non sarà un’etichetta, non sarà un metodo di coltivazione, non sarà semplicemente un luogo a darti un buon prodotto. Il fattore umano, con le sue potenzialità e fragilità, la miscela di lavoro, conoscenze e competenze, è il vero differenziale qualitativo. Non esiste legge, marchio o luogo che siano veramente unici senza il lato umano, personale, spirituale delle persone.

Mentre chiacchieriamo saliamo in macchina e ci spostiamo verso quella che sarà davvero una bella sorpresa, un salto affascinante indietro nel tempo.

Azienda agricola Terra di Mezzo di Stefano Galli a Dragone di Montedinove

Qual è il tuo scopo? Chiedo.

Ho girato attorno a questo tema talmente tante volte, cosa voglio, che alla fine mi sono dato una risposta che non c’entra niente con l’agricoltura. Sono arrivato a rivalutare tantissimo il vecchio slogan “chi mi ama mi segua” e poi al fatto che, siccome il consumatore non si sa quello che vuole, ho deciso di costruirmi un modello e metterlo a disposizione di chi ne vuole usufruire e condividere. A me piace questo lavoro, amo questi luoghi, ma non voglio né morire di lavoro né rinunciare a quelli che sono i miei obiettivi della vita e le mie passioni, cioè laurearmi in scienze politiche e prendere il brevetto da paracadutista!

Nel frattempo arriviamo di fronte ad una struttura fortificata del ‘500, che scopriamo essere l’antico mulino dell’epoca di Sisto V dove è nata sua madre.

Qualcuno lo chiama “La zecca”, in realtà in epoca sistina probabilmente ha fatto da deposito di monete, qui il conio non c’è mai stato. Non c’è mai stato il maglio. Questa è una struttura particolare perché è una torre merlata, di difesa. Visto che il mugnaio doveva stare qui, poiché non era possibile tornare la sera in paese a dormire, questo mulino doveva essere fortificato. Qua sotto c’erano le macine, mentre sopra c’era l’abitazione. Il padre di mio nonno era il mugnaio, mia madre, con le sorelle, è nata qui dentro, mio nonno viveva qui, poi negli anni ’60 ha costruito un’altra casa.

Torniamo al tuo modello aziendale. Cosa fai o vorresti fare di diverso con la tua attività?

Oltre a consumare i miei prodotti, vorrei che questo modello possa essere consumato non solo come prodotto finito, ma anche come modello di vita. Io non voglio vendere solo ciò che coltivo. Voglio vendere anche un modello di vita. E questa è una cosa che tutti potrebbero offrire, ma che per natura sarebbe sempre diverso l’uno dall’altro. Perché il mio stile di vita è mio. La vera sfida per i prossimi anni sarà quella di studiare un modello in cui il pacchetto dei prodotti offerti sarà anche di tipo immateriale. Se venisse da me una persona a fare spesa, mi piacerebbe che potesse usufruire anche della bellezza che c’è qui intorno, creare un itinerario, che potesse usufruire di una biblioteca e potesse anche giocare o fare sport in questi luoghi. Con dei percorsi, dei moduli, prestabiliti da persone competenti. Cultura, lavoro, benessere. Questa è la triade che può fare la differenza.

Vorresti metterti in collaborazione con altri professionisti?

Un paio di anni fa mi balenò per la testa l’idea di mettere a disposizione questo spazio e parte del mio tempo, affinché si venisse a creare in azienda un gruppo di persone che lavorasse per un progetto unitario. Quindi ipotizziamo uno spazio non utilizzato, io coltivo ortaggi e frutta e di questo mi devo occupare, ma se ci fosse qualcuno di buona volontà che ama gli animali, potrebbe allevarli qui e potrebbe produrre ad esempio uova acquistabili presso il nostro punto vendita. All’interno dell’azienda, ma che non sarebbe più come la immaginiamo noi, ma un insieme di attività imprenditoriali in un unico luogo. Chiamiamolo co-working?

Azienda agricola Terra di Mezzo di Stefano Galli a Dragone di Montedinove

Aziende che fanno sistema, in senso materiale e immateriale, agricolo e non agricolo. Fare un lavoro del genere in un borgo del‘500, a sistema con un’impresa agricola, darebbe un valore aggiunto. Per me è sicuramente la partita del futuro perché nessuno si salva da solo, nel senso che io non riusciò mai a fare un’impresa che valga qualcosa senza l’aiuto degli altri. Questo è innegabile. Nel solo negozio e nella sola produzione non c’è prospettiva. Non c’è prospettiva per un’azienda che si regge su una persona sola.

C’è un prodotto particolare sul quale punti di più allo stato attuale? Che magari ha creato inizialmente un po’ di diffidenza, ma poi ha preso piede?

La mela rosa dei Sibillini è un prodotto che fino a 15 anni fa era completamente abbandonato, perché il consumatore sostanzialmente vuole un prodotto che sia standard con alcune caratteristiche: croccantezza, succosità, colore. Questa mela non dappertutto riesce a garantire questi standard. Per cui è una mela che è andata in disuso, anche perché è un po’ insolita, un po’ piccolina, se non conservata bene tende a sfarinare, perdare il meglio di sé dovrebbe essere coltivata con tempi di ritorno molto lontani e quindi è andata in disuso. Fin quando non è stata recuperata. In un primo momento ha incontrato della resistenza, ma poi è riuscita a ritagliarsi uno spazio in una nicchia in continua espansione. Noi l’abbiamo piantata, ci abbiamo creduto. Invece un’altra cosa che ci sta dando una buona risposta, dopo un primo anno di sperimentazione è la zucca.

C’è una riscoperta della zucca?

Sì. Nella nostra zona la zucca non è mai stata considerata un alimento. Perché non era culturalmente nostra e perché le zucche generalmente si davano ai maiali. Fin quando invece non ci si è resi conto che la zucca è un ottimo prodotto, ha molte proprietà e soprattutto può essere anche buona, perché un prodotto diventa buono anche in base alle ricette in cui lo impieghi. A maggio siamo entrati in contatto con l’azienda Orto Antico di Senigallia e siamo rimasti affascinati dalle mille forme e colori delle zucche. Abbiamo deciso di investire e i risultati ci danno ragione: attorno al prodotto c’è curiosità e consenso sfociati in un nostro bellissimo evento al ristorante L’Amaca di Altidona la sera del 31 ottobre e l’evento “Dalla A alla Zucca” di Acquaviva Picena. Sicuramente sarà un prodotto che nei prossimi anni farà parlare di sé.

Azienda agricola Terra di Mezzo di Stefano Galli a Dragone di Montedinove

Ci spostiamo nuovamente e ci ritroviamo in “Galleria”, che non ha niente a che vedere con un tunnel, ma scopriamo che è un nome che simpaticamente sta ad indicare quello che era un piccolo borgo abitato dalla famiglia Galli dal 1500. Qui dominano uliveti e vigneti, circondati dal bosco.

Di questo posto l’architettura ci dice molto, perché fa il paio con il mulino di prima, nel senso che attorno al ‘500, quando lo Stato della Chiesa, al pari di tutti gli altri stati italiani, riesce a riprendere il controllo del territorio, inizia a collocare in posizioni strategiche delle strutture, che sono quasi sempre strutture di servizio e mai abitative. Una è il mulino che abbiamo visto prima, un’altra potrebbe essere questa. Se osserviamo bene questa struttura, la parte centrale è datata 1565, lo sappiamo perché c’è dentro un mattone murato con la data. Questa struttura è stata costruita sicuramente in precedenza con dei materiali di recupero che provengono dall’altra parte del fosso, di un ex convento, che a sua volta era fondato su resti di case romane, perché qui sopra noi abbiamo degli embrici romani.

Questo era sicuramente un possedimento della chiesa o comunque dei preti, che avevano base a Montalto; uno di questi preti aveva un fratello, un certo Galli Antonio, che fu mandato con la famiglia ad abitare questo posto. E qui poi la famiglia continuò a vivere e lavorare per qualche secolo. Di fronte abbiamo il casino di caccia della famiglia Sacconi, una famiglia importante di Montalto, imparentata con l’architetto Sacconi dell’Altare della Patria a Roma, originario di Montalto, e uno di questi suoi parenti nobili passava da qui, chiamava mio nonno e gli chiedeva di fargli alzare in volo i piccioni per sparargli col fucile!

Incredibile!

Questo posto arriva al massimo della sua estensione e popolosità negli anni ’40, quando qui dentro c’erano 5 famiglie e 45 persone. E queste 45 persone vivevano della terra che vedete qui intorno. È qui che devo riuscire a riportare un po’ di vita. Da qui fino a Montalto c’è un corpo unico di 19 ettari di terreno nostro fatto di uliveti, vigneti e bosco, tant’è che mia nonna diceva (con un gusto un po’ tetro): “Tu pensa, io quando me mòro posso anda’ al cimitero passando sempre sopra la terra mia!”. Qui c’è un impianto di oliva tenera ascolana, altre varietà tipiche: sargano, piantone di Falerone, piantone di Mogliano, poi c’è un vigneto di rosso piceno e di pecorino.

Azienda agricola Terra di Mezzo di Stefano Galli a Dragone di Montedinove

Vorresti ridare vita a questo piccolo borgo?

Sì, il primo nucleo da cui ripartire sarà questo, creando una sorta di “agricamping”: un giardino di frutta all’interno del quale ci sia la possibilità di piazzare delle tende, così che i turisti, dal corridoio adriatico, quindi dalla ciclovia che va da Trieste a Santa Maria di Leuca, possano risalire la Valle dell’Aso, andare alle montagne e fermarsi qui. Questa è l’idea della stazione di posta. Fermarsi qui, dormire e trovare servizi; e questo vorrebbe essere uno spazio riservato al turismo a trazione non a motore, quindi a piedi, bicicletta o animale. Per fare questo servirebbe certamente un bel capitale umano, ma anche risorse derivanti da un crowdfunding, oppure un mecenate che creda nel progetto.

Il “dato umano” per voi è molto importante, ci sono anche altri progetti in corso in questo senso?

Un esempio è il progetto di collaborazione con lo SPRAR di Montedinove, cioè l’accoglienza dei rifugiati; cercheremo di inserire in azienda uno o due immigrati con un tirocinio formativo. In cambio del loro tempo e del loro lavoro, noi forniremo una formazione e quindi delle competenze. E poi con delle cooperative di gestione di disabilità o di diversa abilità, stiamo cercando di costruire un progetto di collaborazione basato sulla vendita dei loro prodotti. Noi offriamo loro gratuitamente uno spazio nel nostro punto vendita di Porto San Giorgio per poter vendere i loro prodotti. Quindi diciamo che a livello di progettualità c’è molto!

Beh, che dire? In bocca al lupo Terra di Mezzo!

Azienda agricola Terra di Mezzo di Stefano Galli a Dragone di Montedinove

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