La fotografa di sogni

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Intervista a Francesca Ciavarella

Chi è Francesca Ciavarella?

È un essere che esiste da 27 anni e che nonostante a livello scolastico abbia avuto una formazione sempre tecnica, ha scelto poi di abbandonarla e seguire una scia più libera. La mia vicinanza alla fotografia è nata da una mancanza, in questo caso per un periodo di tempo, della vista. Non totalmente, ma arrivata quasi ai minimi partendo dai massimi. Non vedere bene, la possibilità di non vedere più qualcosa o qualcuno che amo, i miei libri, per me è stato il dolore più grande. Quando sono guarita, ho coltivato la fotografia come se volessi lasciare agli altri testimonianza di quello che addento con gli occhi, per paura di non poterlo fare più. E ce l’ho fatta, ho inseguito il mio sogno e adesso fotografo per lavoro. Ora tutti possono ricorrere alle mie immagini che raccontano dei momenti che non tornano più, ma che vivono proprio in quella carta che stringono nelle mani. Da bambina desideravo volare, ma non è anche questo un potere grandissimo?

Francesca Ciavarella, giovane fotografa di Ascoli Piceno che con la sua arte crea sogni e fa sognare con il suo progetto "Sleepers".

Da dove sei partita?

Mi sono diplomata come geometra. Scelta fatta secondariamente all’artistico, perché la mia prima “arte” è stata il disegno. Dipingevo, disegnavo… Poi, in quei 5 anni, ho capito che il disegno tecnico mi obbligava a rispettare delle regole, dei limiti. Io impazzivo. Puntualmente disegnavo, ma nel frattempo trasformavo tutto e dovevo buttare e rifare daccapo! Successivamente ho scelto di studiare Design del prodotto all’università, cosa che si è rivelata molto utile per impare a costruire i set, ad accostare bene gli accessori; mi ha aiutato a sviluppare un gusto. Quindi mi sono laureata alla triennale, per poi cominciare l’Accademia di Belle Arti a Macerata. Facevo già la fotografa, ma integrare e completare il mio profilo non sarebbe stato male, per questo mi sono iscritta al corso di Grafica. Questo mi ha permesso non solo di riuscire a fare una foto, ma anche ad integrarla ad un impaginato e a comporre autonomamente tutta l’immagine.

Quindi la tua più grande difficoltà è essere “inscatolata” in un qualcosa di definito. Quant’è importante il lato emozionale di quello che fai?

Totalmente. Se la scena che ho di fronte non ha effetti su di me non riesco neanche a fotografare. Riesco soltanto se è ben presente la componente emotiva. Per questo non posso collocarmi in certi settori della fotografia.

Francesca Ciavarella, giovane fotografa di Ascoli Piceno che con la sua arte crea sogni e fa sognare con il suo progetto "Sleepers".

Pensi di riuscire a trasmettere le tue emozioni tramite uno scatto?

Quella è la mia intenzione. Per ora sembra di si! È sempre un dubbio, posso vedere qualcosa e cercare di comunicarlo, ma a volte non è facile. Finora credo di essermi mossa nella direzione giusta.

C’è mai stato qualcosa o qualcuno che ti ha ispirato o hai sempre seguito l’istinto?

Una volta sono entrata in una libreria a Macerata e ho visto una foto su una copertina di un libro, sai di quelle brutte, che ti dici “ma perché quella foto bellissima è su una copertina con quella grafica tremenda?”. Sembrava quasi dipinta. Allora ho aperto il libro per cercare il nome dell’autore della foto. Si chiama Anka Zhuravleva, è una fotografa russa che vive in Portogallo e che poi ho conosciuto perché ho seguito un suo corso a Roma. Ricordo che mentre lei parlava io stavo lì intontita a guardarla lavorare. È stata una fonte d’ispirazione, soprattutto perché mi ha fatto capire cosa non mi piaceva nelle mie foto.

Cosa non ti quadrava?

Le guardavo e mi dicevo “sì, ok, ma che sto dicendo?”. Ho iniziato a lavorare su un progetto che è la Melancholia, poco prima di incontrare lei. Raccontavo delle storie della mia vita attraverso degli oggetti, quindi creavo un set, una mini storia fatta più o meno di 10 foto, in cui affrontavo un tema. Ho parlato della mancanza, di un momento di rabbia tremenda… tutto legato ad attimi di vita. Le composizioni erano belle, c’erano gli accessori giusti, ma nonostante l’impegno ancora mancava qualcosa. Allora andai da questa fotografa, vergognandomi tantissimo. Avevo stampato un libro con tutte queste foto e gliel’ho mostrato. Inaspettatamente le piacquero veramente tanto e mi disse “continua su questa strada, prova il colore”.

Io non capivo. Nelle mie foto c’erano i colori, però erano scelti a caso, secondo un mio gusto. Poi ho capito cosa intendeva. La cosa che avevo in comune con lei era il fatto che prima di essere fotografa era una pittrice, quindi riusciva ad usare le stesse regole della pittura nella fotografia. Attraverso lo studio del colore, dei colori complementari, lei riesce a staccare i soggetti dagli sfondi, facendo sembrare le foto dei veri e propri quadri. I neri, che non esistono, diventano quasi grigi, è tutto molto pittorico. Allora mi sono detta “a me piace questa direzione, però devo trovare un mio modo, non posso fare le foto come lei”. L’unica scelta che avevo era di continuare comunque con il mio modo di lavorare, seguendo quindi dei racconti di vita, seguendo degli episodi, mai a caso, portando avanti però questo studio del colore: l’abito accostato ad uno sfondo, il colore dei capelli della ragazza abbinato ad un accessorio… Ci sto ancora lavorando, però ho visto un cambiamento sostanziale dalla prima foto che ho fatto.

I soggetti che preferisci?

Solitamente scelgo sempre volti molto delicati. Per il tipo di foto che faccio i canoni di bellezza moderni non funzionano, quella che è la moda attuale non ha senso. Penso piuttosto ai quadri d’epoca, a quei volti aggraziati. Proprio quella grazia deve essere presente nella fotografia per me. La scelta dipende dall’idea che mi viene in mente. Sicuramente non seleziono i volti in base alla bellezza, scelgo quello adatto. Per esempio, se volessi rappresentare un pesce che si trasforma in donna e esce dall’acqua, quindi esce dalla sua bolla, sceglierei delle particolari caratteristiche: gli occhi un po’ più tondi, gli zigomi un po’ scavati… Particolari che ricordano, evocano la figura a cui mi sto ispirando. A volte fermo anche persone per strada, senza conoscerle. In realtà se trovo l’occasione, mi viene in mente l’idea al volo!

Francesca Ciavarella, giovane fotografa di Ascoli Piceno che con la sua arte crea sogni e fa sognare con il suo progetto "Sleepers".

Cos’è un Luogo per te?

Il luogo per me è fondamentale. Ci metto mesi a cercarlo. Utilizzo sempre lenti che non fanno sparire lo sfondo, ma lo mantengono insieme al soggetto. In questo modo è possibile riconoscere dove ho scattato la foto. Il luogo che io scelgo è la base della mia narrazione. Tutto quello che c’è nella foto ha un senso.

Quindi se tu dovessi dare una definizione di luogo?

L’essenza. Per dirti, non riesco a fare una foto di paesaggio senza che ci sia qualcuno davanti. È il contesto. È il luogo che mi sta parlando, più del soggetto. Da solo però non funziona, quando accosto l’elemento umano si ricrea la storia.

Le immagini che tu crei, per quanto mi riguarda, hanno qualcosa di onirico. Ti ci riconosci? Che rapporto hai col sogno?

L’ultimo progetto a cui sto lavorando si chiama proprio “Sleepers”, in cui il sogno viene percepito di gesti dei soggetti fanno. Loro stanno dormendo, però se in quel momento il soggetto ha una barca in mano, è perché sta sognando di essere al mare. Se tiene una chiave gigante probabilmente sta sognando di aprire una porta e dietro sicuramente ci sarà un portone gigante. Quello su cui insisto però è che sia sempre tutto reale. Non aggiungo niente in post produzione, tutti gli oggetti, giganti, piccoli, strani, assurdi, improbabili, banali, qualsiasi cosa è sempre reale. Quindi viaggio, cerco proprio posti e oggetti che mi servono. Quando decido non c’è un’alternativa, un posto deve essere quello che voglio, come gli oggetti.

Gli oggetti son sempre simbolici.

Che rapporto hai con gli oggetti?

Mi lego molto alle cose in realtà, sono una poersona molto materiale. Ovviamente per le foto all’inizio acquistavo tutto o costruivo, poi per mancanza di tempo, o comunque mancanza di spazio, perché effettivamente non so più dove mettere tutto quello che mi occorre, li affitto, li chiedo in prestito e un po’ mi pesa darli indietro, ma perché so che sono delle cose particolari di cui ho bisogno. Vorrei poter tenere tutti questi oggetti, ma è impossibile. L’unica cosa che ho acquistato e che poi ho tenuto è il grammofono.

A proposito di grammofono, pensi mai di essere nata nell’epoca sbagliata?

Sì, sempre! E piango, piango tantissimo! È proprio un dramma, non mi sento in linea con niente di quello che vedo e sento adesso, mi fa rabbia tutto.

Qual è l’epoca ideale?

Gli anni ’20. Dai ’20 ai ’40. Poi l’estate del ’50! (ride)

Perché?

Sempre per un discorso legato all’eleganza. Vorrei che si fossero mantenute un po’ la sobrietà e l’estetica che c’erano allora nella moda femminile e maschile. Adesso non potrebbe mai colpirmi un uomo con i risvoltini! Magari esco, vedo un uomo in cappotto con il cappello e dico “wow, un eroe!” e probabilmente quell’eroe ha 97 anni. Io non riesco a trovare un’affinità in questo senso con un ragazzo moderno. Poi l’utilizzo estremo del make-up, che deforma e appesantisce i volti invece di esaltarne la bellezza… Anche per quanto riguarda il mio abbigliamento, io compro tutto online o ai mercatini. Nei negozi è raro che riesca a trovare qualcosa, rarissimo.

Francesca Ciavarella, giovane fotografa di Ascoli Piceno che con la sua arte crea sogni e fa sognare con il suo progetto "Sleepers".

La situazione più bizzarra in cui ti sei ritrovata?

Dovevo andare a fare delle foto ad una ragazza in una villa in Abruzzo. Indossava un vestito rosso elegantissimo e teneva un grammofono in braccio, per evitare che con l’auto in movimento si rompesse scivolando sui sedili. Ci hanno fermato casualmente i carabinieri; è stato difficilissimo spiegargli che non andavano a un gran gala o a mettere la musica da qualche parte. E soprattutto spiegare che il grammofono non era un mezzo di intrattenimento, ma un accessorio! Oppure i turisti che ti fotografano in giro mentra stai facendo qualcosa di particolare. Una volta mi hanno seguito mentre realizzavo le foto per Alice a Grottammare; stavo facendo degli scatti dove c’era il Bianconiglio che saltava da una via e lo dovevo immortalare in volo. Questi turisti si mettevano dietro di me e facevano le foto!

La cosa che odi di più quando lavori?

I tentativi di approccio. Spesso mi è capitato che vecchi clienti mi dicessero cose tipo “le tue foto sono bellissime, come te” o comunque tentativi di approccio banali e infimi. Magari poi non vieni presa seriamente come potrebbe esserlo un uomo.

Come ti vedi da qui a 10 anni?

Spero con non troppi gatti! (ride)

Da qui a un anno?

Non lo so, probabilmente adesso non cambierei niente. Sto bene, ho raggiunto un equilibrio anche nei rapporti con le persone. Lavorativamente vorrei puntare sulla vendita di fotografie alle case editrici per le copertine di libri. Quello sarebbe proprio lo scopo finale di quello che faccio, il massimo per me. Essendo appassionata di lettura, credo che l’unico legame che potrei avere con il mondo commerciale è proprio quello con l’editoria, sopprattutto per il mio modo di comunicare.

Il tuo paradiso terrestre personale?

Le librerie. E i supermercati! Perché sono una maniaca dell’ordine. Tutto preciso, in scatola, ordinato… (ride)

Grazie Francesca!

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