Cesare Catà: lo storyteller della Marca

Consiglio per te: assapora una buona birra mentre leggi questo articolo e ascolta vera musica celtica

La nebbia avvolge come un manto impalpabile questa domenica di novembre a Montedinove. Tutto è sospeso, onirico e quasi sembra di non sapere cosa si potrebbe scorgere all’improvviso tra i vicoli di questo antico borgo. A pensarci bene mi sembra molto azzeccato incontrare, in una giornata come questa, uno storyteller innamorato dell’Irlanda e appassionato di leggende.

Intervista a Cesare Catà nella nebbiosa Montedinove

Il mio interlocutore mi attende sorridente, sta per essere messo in scena un suo pezzo teatrale da tre attrici della Compagnia dei Folli di Ascoli Piceno, una leggenda inventata da lui ispirata al curioso nome di una frazione di Montedinove: Dragone. Lo spettacolo è in inglese, un’idea interessante per invogliare i turisti stranieri che si avvicinano al Festival dell’Appennino, penso. Cesare Catà mi racconta che saranno sei gli appuntamenti con questo genere di spettacolo in lingua, che ricominceranno ad aprile e narreranno storie legate a luoghi dei Sibillini. Questo mi da un assaggio di ciò che emergerà durante l’intervista che seguirà di lì a poco.

Davanti ad un calice di prosecco mi accingo ad indagare: chi è Cesare Catà? Una domanda difficile da fare a bruciapelo! Meglio partire da cosa fa e perché…

«Questo già è più semplice! Teatro soprattutto, letteratura… Perché è una spinta d’amore.» Gli occhi già gli brillano mentre pronuncia queste parole. «Come quando uno si innamora. Ti rende più sopportabile il mondo, più significativo, più sensato. Il teatro e la letteratura per me significano innanzitutto questo. Riconnettermi con autori e significati lontani nello spazio e nel tempo, rispetto a dove vivo io come creatura spazio-temporale, che poi diventano vicinissimi.»

Intervista a Cesare Catà

Perché lontani? Ti riferisci ad autori principalmente stranieri?

«Soprattutto, ma non solo. È una passione. E poi non credo nella distinzione Stato-Nazione, credo piuttosto nella distinzione delle lingue e nell’importanza del varcare i confini, cosa che la letteratura ti porta quasi sempre a fare.»

Chiacchierando scopro che Cesare ha cominciato già da piccolo a raccontare storie: un bambino “diverso” e amante dello stare in compagnia, che cominciò ad immaginare leggende legate al Mar Adriatico che vedeva tutti i giorni, a Porto San Giorgio, per poi scoprire in adolescenza i Monti Sibillini.

Monte Sibilla

«Dai 27/28 anni sono diventati un po’ il mio luogo d’elezione per le storie che c’erano. E poi di studio e poi… Tante cose.»

Li frequentavi in solitaria? C’è una leggenda in particolare a cui sei legato?

«In solitaria, quasi sempre. Beh, la leggenda del Guerrin Meschino, quella che di più ho studiato, che racconto sempre negli spettacoli e che amo molto. È la storia di un cavaliere che si perde e si ritrova, è una storia universale ambientata tra le nostre montagne, che ha a che fare con tutte le leggende medievali accorpate in un solo racconto. Ci sono tutte le fantasmagorie, c’è dentro una sapienza pazzesca, si collega a leggende europee, però il fulcro della storia è qui, in queste montagne dove stiamo adesso. Quindi mi è particolarmente cara.»

Quindi il teatro è il tuo lavoro principale.

«Sì, il racconto. Non il teatro in senso canonico, non faccio l’attore di prosa, faccio lo storyteller di solito. E quindi una forma di teatro particolare, una performance. Attualmente è quello che faccio di più, oltre al resto, che è scrivere, tradurre, il meno possibile fare lezione, ma ogni tanto insegno pure. Alle elementari, con dei progetti esterni, incontro bambini a cui racconto leggende; spesso sono molto più preparati dei bambini più grandi di 20/30 anni! Non sono andati ancora a scuola, quindi sanno un sacco di cose!» ride.

Scopro che Cesare porta lo storytelling anche nelle aziende: tiene seminari in cui spiega l’importanza del saper raccontare storie per migliorare la comunicazione, ma anche del public speaking, grazie alle antiche lezioni di Cicerone, Aristotele… Shakespeare! È incredibile come la letteratura insospettabilmente possa “insinuarsi” ed integrarsi in mondi in cui si potrebbe pensare che possa essere assolutamente estranea.

Reading Cesare Catà

E gli spettatori delle tue performance invece? I tuoi spettacoli si tengono essenzialmente nelle Marche, perché sono questi i luoghi che vuoi raccontare e a cui sei legato. Com’è il pubblico marchigiano?

«Molto, molto ricettivo. Si tende a pensare alle Marche come un paese di contadinotti e di pescivendoli. Lo è, ma nel senso migliore. È una terra piena d’arte; non so in quale altro posto d’Italia ci siano così tanti artisti, cantautori, attori, scrittori che operano in piccoli centri. Quando si fanno iniziative culturali la gente c’è. C’è uno scambio, un fermento umano.»

Qual è lo scopo dello storytelling?

«L’arte del racconto è una delle cose più nobili che esistano da sempre nel genere umano, è quella che ci ha tenuto in vita in molti momenti. Anche quando l’uomo moriva di fame anticamente, non si è mai smesso di raccontare. È quello che ci rende uomini, quindi è forse una delle cose fondamentali dell’essere umano insieme a mangiare, bere, fare l’amore, eccetera. Mi piace molto che quest’idea del teatro e della letteratura esca dai recinti accademici o dai luoghi preposti a fare cultura, come i teatri. C’è tutta una scuola antica per cui ogni luogo in cui si recita è teatro. Quindi questo può avvenire in qualsiasi posto. Anche in un pub, come facciamo spesso, in un bosco, in spiaggia come facciamo a Porto San Giorgio e quindi il teatro diventa dove reciti, non viceversa.»

Che cos’è un Luogo per te?

«Il luogo è il “topos”, che è diverso da un “posto” perché significa che c’è una presenza umana che lo rende abitabile. Quindi tutto ciò che crea un rapporto tra l’uomo e il suo ambiente è un luogo. Il luogo è il contrario di quello che un sociologo chiama un “non luogo”, dove gli uomini invece non hanno legami con il posto in cui stanno. Il luogo è identitario. Heidegger, un filosofo che amo, diceva anche che l’essere umano è proprio ontologicamente connesso con la terra. Un rapporto spirituale dell’uomo con il suo ambiente. Heidegger per esempio rimase sempre in provincia, lo spiegò in Warum bleiben wir in der Provinz?, a me particolarmente caro, sia per motivi filosofici, sia perché nonostante tante evenienze nella mia vita, alla fine sono sempre rimasto nelle Marche. E per ora sto qui convintamente.»

Intervista a Cesare Catà

E invece la passione per l’Irlanda? Da dove nasce?

«Nasce da un viaggio negli anni ’90, quando ero molto giovane e non sapevo ancora una parola di inglese. Partii dalle Marche verso un paesino dell’Irlanda per imparare la lingua. Era il 1997 e da allora ogni anno, almeno due volte all’anno, sono stato in Irlanda. A volte per lungo tempo, un anno, a volte mesi, a volte due giorni. Però sono sempre tornato.

C’è un legame speciale, per me anche un po’ misterioso, con quella terra dove ho studiato, poi ho lavorato, dove ho avuto tanti affetti e dove ho imparato un sacco, oltre all’inglese. Dove c’è un’atmosfera strana e molto bella per la musica, la letteratura, per i pub, per la danza, eccetera. Il pub è una grande passione, insieme a quello che accade nel pub! Quindi la birra, gli incontri e tutto il resto. Il pub come luogo di mescita e come luogo umano, sia per la birra, sia per quello che ci succede. Sono un animale da pub. Nel senso che ho passato forse più ore lì che a scuola, non so! Sono anche un po’ il mio ufficio, sia quelli in Irlanda sia a Porto San Giorgio. Ci lavoro. Per le prime birre, poi per le seconde non riesco più!» ride.

Una leggenda irlandese a cui sei legato?

«Tantissime. Molte delle leggende le ho conosciute all’inizio perché le ha raccontate un poeta che è molto caro al mio cuore, che è William Butler Yeats, il poeta più famoso d’Irlanda. Lui viveva a Sligo, che è una città nella quale poi mi sarei trasferito per lunghi periodi della mia vita, nella quale sicuramente tornerò, e lui, tra le tante, in una poesia racconta la leggenda dello “Stolen child”, cioè il “Fanciullo rapito”.

Si narra di come gli irlandesi credano che alcuni esseri umani per vengano momentaneamente rapiti nel Regno delle Fate, chiamato “Tírna nÓg” in gaelico, e quindi la persona che resta qui è semplicemente un simulacro di quella reale, perché la vera anima sta nel mondo delle fate. E Yeats racconta questa leggenda con un bambino che alla fine decide di restare di là e non tornare di qua. “For the world’s more full of weeping than you can understand”, perché il mondo è molto più pieno di lacrime di quanto voi possiate capire. E così finisce la poesia.»

A questo punto restano due domande finali, che chiudono il cerchio. La prima: quando le persone leggeranno questa intervista, secondo te cosa dovrebbero bere o mangiare mentre lo fanno?

«Bere possibilmente una birra o un amaro Sibilla, quindi un richiamo o all’Irlanda o all’Inghilterra di Shakespeare oppure alla nostra terra marchigiana.»

E invece un pezzo musicale che andrebbe ascoltato durante la lettura?

«Tre opzioni a seconda dello spettatore. Potrebbe essere vera musica celtica, i Dubliners o Luke Kelly o Loreena McKennitt, oppure Wagner, una grande sinfonia, un grande preludio, oppure i Doors.»

The Dubliners: https://www.youtube.com/user/TheDublinersOfficial

Loreena McKennitt: https://www.youtube.com/user/quinlanroad

The Best of Wagner: https://www.youtube.com/watch?v=4i0TnNI6U-w

The Doors: https://www.youtube.com/user/thedoors

Grazie Cesare!