Fare, intraprendere, creare, innovare, affrontare sfide. Fare impresa e compiere imprese.

Tra le capre… a Capradosso

Consiglio per te: assaggia un caprino di Capradosso e bevi un buon vino locale.

Capradosso, nomen omen come dicevano i latini… dove se non qui potevamo andare a finire per scoprire un piccolo e particolare allevamento di capre?

Ci incontriamo nella piazzetta del paese sovrastata da una manciata di case. Non un anima in giro tranne un paio di gattini, non una macchina. C’è nell’aria quella tranquillità che solo i borghi di montagna riescono ad infondere.

Qualche chilometro fuori dall’incasato, a ridosso dei boschi del Monte Ascensione c’è l’azienda di Antonietta e Davide, “Le capre di Capradosso”.A darci il benvenuto il faccione della mucca Chiarina che fa capolino dalla finestra della sua stalla, un paio di cagnolini e qualche gattino, che richiamano l’attenzione del padrone di casa. Davide esce ad accoglierci senza tralasciare di presentarci i nuovi arrivati, tre splendidi cuccioli di Border Collie, nati dai suoi fidati cani pastore.

Le Capre di Capradosso, formaggi caprini di qualità nelle Marche.

Capiamo immediatamente che ci troviamo in un luogo in cui gli animali sono veramente amati e benvenuti. Molto cordialmente Davide fa gli onori di casa, stappa un’ottima bottiglia di pecorino, ci fa assaggiare uno dei suoi squisiti formaggi caprini stagionati e si scusa per l’assenza della moglie che è fuori al pascolo e che incontreremo al suo ritorno. Ci tiene a sottolineare il fatto che Antonietta è nata e cresciuta in questa azienda fondata dalla sua famiglia e lui, Davide, è arrivato in un secondo momento. In questa realtà rurale, che non gli apparteneva, si è voluto buttare a capofitto ed ha cambiato radicalmente il suo stile di vita.

Le Capre di Capradosso, formaggi caprini di qualità nelle Marche. Davide Fontana.

Davide inizia subito a darci qualche informazione sulle capre e sul formaggio che ci ha fatto assaggiare, ma quello che vogliamo sapere prima di tutto è chi è la persona che abbiamo davanti. Chi è Davide?

Davide è un uomo di 50 anni che a un certo punto della sua vita ha voluto cambiare ed è venuto a Capradosso dove, insieme a sua moglie Antonietta, ha creato un piccolo allevamento di capre.

Da dove parte la tua storia?

Davide nasce in  un piccolissimo paesino dell’entroterra casertano, Castello del Matese; io sono campano di origine. Avevo mio padre, purtroppo morto a 58 anni per un tumore al rene, che era un imprenditore milanese ma originario di Rosà, provincia di Vicenza, e mio nonno era di Bassano del Grappa, mentre mia madre è una campana di 85 anni, una donna ancora forte, una donna che ha cresciuto 5 figli maschi. Mio padre come imprenditore viene nel sud, crea un azienda di materie plastiche e poi col passare degli anni acquista un’azienda di tubi per giardinaggio a Monsampolo del Tronto.

Dopo gli studi io e un altro dei miei cinque fratelli siamo venuti a vivere qui e lavorare da lui. Poi cosa succede, mio padre a 58 anni muore, io e i miei fratelli tiriamo avanti l’azienda per circa 11 anni e ad un certo punto io mi stufo. Un giorno durante una riunione dico che esco dall’azienda. Non volevo più fare l’imprenditore.

Le Capre di Capradosso, formaggi caprini di qualità nelle Marche.

Cosa ti aveva stancato del lavoro aziendale?

Mi avevano stancato le stesse cose, la routine, anche se io andavo spesso in giro per l’Europa. Ma non è che dopo questo sono arrivato alle capre, c’è stato un passaggio intermedio.

Dopo aver venduto l’azienda mi sono preso un annetto buono di pausa, un anno sabbatico, ho girato il mondo. Un giorno che ero sul lungomare di San Benedetto del Tronto, sono stato attratto dagli innumerevoli cartelli “affittasi” e allora ho pensato che fare l’agente immobiliare sarebbe stato un buon lavoro. E così io e un mio amico abbiamo preso il patentino e aperto l’agenzia a San Benedetto, ho fatto l’agente per 10 anni e poi da lì sono passato alle capre.

Cosa è scattato dalle case alle capre? È un bel salto e soprattutto un altro impegno.

Un giorno mi sono trovato in un’azienda di capre dove ero andato a prendere il formaggio, mi sono innamorato e ne ho comprate 15. Prima di acquistarle però ho studiato un bel po’ di tempo su internet, ho fatto letture, mi sono documentato. Perché la capra non è come un cane, è un animale abbastanza particolare, ed ho cominciato l’attività ma non qui; ad Amandola avevo una piccola stalla ma era più un hobby che un lavoro.

Qui a Capradosso come ci sei arrivato?

Quattro anni fa c’era mia moglie Antonietta che vendeva un becco (maschio di capra) camosciato ed io invece in quel periodo stavo vendendo le mie capre. Ci siamo incontrati tramite annunci su internet, c’è stata questa scintilla e ci siamo messi insieme. Grazie alle capre ci siamo conosciuti!

Che rapporto hai con le capre?

Per me sono figli, anche mia moglie mi dice che ho questo amore morboso per le capre, che amo più gli animali che gli esseri umani. Per me l’animale è un essere vivente che dà molto più dell’essere umano. Io sono animalista, vegetariano, non ammazzo animali e non mangio carne. Pertanto per me l’animale è sacro. Gli animali non sono giocattoli, puoi rischiare aprendo un azienda e fallire ma con gli animali no, sono esseri viventi che poi dovresti dar via o macellare, ed è brutto questo.

Davide Fontana. Le Capre di Capradosso, formaggi caprini di qualità nelle Marche.

Dalle parole di Davide si capisce che ama gli animali sopra ogni cosa e si dedica aloro spassionatamente e allora la domanda sorge spontanea, quanti animali hai?

Oltre ai vari cani ed una colonia di 15 gatti, abbiamo 55 capre, 27 pecore e due mucche di cui una adulta che si chiama Chiarina e la figlia Camilla che ha pochi mesi. Chiarina è la mucca che accoglie i visitatori, si affaccia dalla finestrina.

Che carattere hanno le capre?

La capra ha un carattere abbastanza forte, diversamente dalle pecore la capra non fa gruppo, non fa gregge. Le pecore si aiutano a vicenda se hanno bisogno, ma le capre stanno di continuo a litigare, litigano per tutto, per il mangiare, per il posto, per tutto. Su 55 capre abbiamo tre gruppi distinti, stalle e mangiatoie diverse, le abbiamo dovute dividere perché non riescono a stare insieme. Anche per il pascolo, abbiamo due Border Collie, Mirko e Laila e loro in due non riescono a raggrupparle, ognuna va per conto suo e i cani non riescono, terrò uno dei cuccioli per aiutare. Ci sono molti più allevamenti di pecore che di capre in giro, la capra è difficile come animale.

Le Capre di Capradosso, formaggi caprini di qualità nelle Marche.

In cosa vi sentite diversi dagli altri?

Io e mia moglie non ci sentiamo diversi perché non facciamo solo noi questo tipo di prodotto, ci sono tante altre persone  che hanno scelto di fare cose “naturali”. Il nostro formaggio è buono perché le nostre capre vanno al pascolo mattina e pomeriggio e quello che trovano mangiano a seconda della stagione, dalla ghianda alla castagna, dai rovi alle foglie secche. Di conseguenza il latte risente della stagionalità ed ha ovviamente proprietà organolettiche diverse dal latte proveniente da un allevamento intensivo. Le nostre capre danno circa 3 litri di latte al giorno di altissima qualità, sono curate e coccolate. Non facciamo formaggi standard, non è il nostro scopo, in questo ci sentiamo diversi dagli altri che vogliono soltanto fare imprenditoria. Io e mia moglie vogliamo fare qualcosa di buono.

C’è qualche momento in cui ti viene da dire “chi me l’ha fatto fare”?

Questo non è un lavoro facile, ma io e mia moglie abbiamo una passione per questo modo di vivere. Non è che d’estate chiudiamo e ce ne andiamo alle Maldive. Noi ad agosto siamo qua, bisogna lavorare sodo, fare il fieno, pascolare, fare le degustazioni, produrre i formaggi… A settembre è uguale! C’è un’altra cosa da fare come a ottobre, novembre o dicembre. A Natale è lo stesso, facciamo il nostro pranzo con amici e famiglia ma il pomeriggio si torna dagli animali. E quando ci consigliano di mettere un operaio per farci magari qualche giorno di riposo rispondo di no, non vogliamo persone estranee nella nostraazienda perché come curiamo e conosciamo gli animali noi non lo sa nessun altro.

Le Capre di Capradosso, formaggi caprini di qualità nelle Marche.

C’è qualcosa che ti manca delle vite precedenti che hai avuto?

 Non rimpiango nulla di quello che ho fatto  perché in quel momento volevo farlo, sedovessi tornare indietro rifarei tutto daccapo. Io penso che ognuno di noi ha il suo destino che è quello e non si cambia. Non sono stato costretto a fare le mie scelte e non me le sono nemmeno cercate, sono venute a me. Ad esempio mia moglie l’ho conosciuta tramite le capre ma io non andavo in cerca di un’anima gemella e le mie capre le stavo vendendo. Invece ci siamo trovati.

Tra 10 anni come ti vedi?

Uguale, sicuramente continuerò con l’allevamento e con questo numero di capre, non vogliamo aumentare la produttività perché andremmo su un allevamento intensivo che a noi non piace. Mi vedo in questa situazione che a me piace… spero!

Non hai qualche progetto particolare?

No perché mi sento già soddisfatto di quello che faccio. Progetti di rinnovamento sicuramente, per far stare meglio i nostri animali e migliorare la nostra produzione. Ad esempio mia moglie si lamenta che non abbiamo macchinari per fare il formaggio con più praticità, adesso siamo molto manuali e poco meccanizzati. Noi facciamo il formaggio nel modo tradizionale, abbiamo una grande pentola in acciaio inox, mettiamo all’interno il latte appena munto, accendiamo sotto il fuoco, attendiamo che arrivi a temperatura, mettiamo il caglio vegetale, aspettiamo 30 minuti, rompiamo la cagliata e facciamo le formine a mano e questo porta via un sacco di tempo. Allora qualcosa che ci agevoli un po’ la compreremo in futuro, ma produrremo i nostri formaggi sempre in modo naturale e genuino.

Le Capre di Capradosso, formaggi caprini di qualità nelle Marche.

Nel frattempo il sole sta tramontando ed Antonietta torna dal pascolo, quindi usciamo fuori a vedere le amate capre da vicino.

Notiamo che Davide ed Antonietta chiamano ogni capra per nome, le trattano veramente come figlie, le riconoscono una ad una e brillano loro  gli occhi quando le vedono tornare verso la stalla. Davide ci spiega che il primo gruppo che arriva è formato da meticce date da un incrocio di due razze, Camosciata e Saanen, che allevano loro, anche se principalmente hanno Camosciate delle Alpi, caratterizzate da manto marrone con una banda nera sulla schiena, zampe e maschera nera.

Le Capre di Capradosso, formaggi caprini di qualità nelle Marche.

Ci dice anche che l’allevamento ha degli spazi incredibili per pascolare, circa 10 ettari, e che in ogni momento del giorno le capre sono controllate da lui, la moglie ed i due fidati Border Collie. Il tempo qui è scandito dal ritmo del sole come una volta, si passano intere giornate all’aperto seduti sull’erba in mezzo alla natura.

I prodotti che fai li vendi qui? Dove li vendi?

Noi i prodotti li vendiamo in bottega qua sul posto perché viene tanta gente da tutte le Marche, abbiamo un bel giro. E poi riforniamo qualche ristorante, parliamo sempre di ristoranti di qualità, non diamo il nostro formaggio a chiunque, selezioniamo i nostri contatti, dobbiamo sapere che ci sono chef preparati e che facciano un’ottima cucina.

Davide Fontana. Le Capre di Capradosso, formaggi caprini di qualità nelle Marche.

Intanto si è fatto quasi notte, le capre sono tutte rientrare in stalla tranne una, Ciccinina che sta in piedi sopra ad un mucchio di balle di fieno e non ha intenzione di rientrare. Dopo averla convinta a scendere Davide ed Antonietta ci salutano e si ritirano nella loro oasi di pace ai piedi della montagna circondati dai loro amati animali.

Davide Fontana. Le Capre di Capradosso, formaggi caprini di qualità nelle Marche.

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La fotografa di sogni

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Intervista a Francesca Ciavarella

Chi è Francesca Ciavarella?

È un essere che esiste da 27 anni e che nonostante a livello scolastico abbia avuto una formazione sempre tecnica, ha scelto poi di abbandonarla e seguire una scia più libera. La mia vicinanza alla fotografia è nata da una mancanza, in questo caso per un periodo di tempo, della vista. Non totalmente, ma arrivata quasi ai minimi partendo dai massimi. Non vedere bene, la possibilità di non vedere più qualcosa o qualcuno che amo, i miei libri, per me è stato il dolore più grande. Quando sono guarita, ho coltivato la fotografia come se volessi lasciare agli altri testimonianza di quello che addento con gli occhi, per paura di non poterlo fare più. E ce l’ho fatta, ho inseguito il mio sogno e adesso fotografo per lavoro. Ora tutti possono ricorrere alle mie immagini che raccontano dei momenti che non tornano più, ma che vivono proprio in quella carta che stringono nelle mani. Da bambina desideravo volare, ma non è anche questo un potere grandissimo?

Francesca Ciavarella, giovane fotografa di Ascoli Piceno che con la sua arte crea sogni e fa sognare con il suo progetto "Sleepers".

Da dove sei partita?

Mi sono diplomata come geometra. Scelta fatta secondariamente all’artistico, perché la mia prima “arte” è stata il disegno. Dipingevo, disegnavo… Poi, in quei 5 anni, ho capito che il disegno tecnico mi obbligava a rispettare delle regole, dei limiti. Io impazzivo. Puntualmente disegnavo, ma nel frattempo trasformavo tutto e dovevo buttare e rifare daccapo! Successivamente ho scelto di studiare Design del prodotto all’università, cosa che si è rivelata molto utile per impare a costruire i set, ad accostare bene gli accessori; mi ha aiutato a sviluppare un gusto. Quindi mi sono laureata alla triennale, per poi cominciare l’Accademia di Belle Arti a Macerata. Facevo già la fotografa, ma integrare e completare il mio profilo non sarebbe stato male, per questo mi sono iscritta al corso di Grafica. Questo mi ha permesso non solo di riuscire a fare una foto, ma anche ad integrarla ad un impaginato e a comporre autonomamente tutta l’immagine.

Quindi la tua più grande difficoltà è essere “inscatolata” in un qualcosa di definito. Quant’è importante il lato emozionale di quello che fai?

Totalmente. Se la scena che ho di fronte non ha effetti su di me non riesco neanche a fotografare. Riesco soltanto se è ben presente la componente emotiva. Per questo non posso collocarmi in certi settori della fotografia.

Francesca Ciavarella, giovane fotografa di Ascoli Piceno che con la sua arte crea sogni e fa sognare con il suo progetto "Sleepers".

Pensi di riuscire a trasmettere le tue emozioni tramite uno scatto?

Quella è la mia intenzione. Per ora sembra di si! È sempre un dubbio, posso vedere qualcosa e cercare di comunicarlo, ma a volte non è facile. Finora credo di essermi mossa nella direzione giusta.

C’è mai stato qualcosa o qualcuno che ti ha ispirato o hai sempre seguito l’istinto?

Una volta sono entrata in una libreria a Macerata e ho visto una foto su una copertina di un libro, sai di quelle brutte, che ti dici “ma perché quella foto bellissima è su una copertina con quella grafica tremenda?”. Sembrava quasi dipinta. Allora ho aperto il libro per cercare il nome dell’autore della foto. Si chiama Anka Zhuravleva, è una fotografa russa che vive in Portogallo e che poi ho conosciuto perché ho seguito un suo corso a Roma. Ricordo che mentre lei parlava io stavo lì intontita a guardarla lavorare. È stata una fonte d’ispirazione, soprattutto perché mi ha fatto capire cosa non mi piaceva nelle mie foto.

Cosa non ti quadrava?

Le guardavo e mi dicevo “sì, ok, ma che sto dicendo?”. Ho iniziato a lavorare su un progetto che è la Melancholia, poco prima di incontrare lei. Raccontavo delle storie della mia vita attraverso degli oggetti, quindi creavo un set, una mini storia fatta più o meno di 10 foto, in cui affrontavo un tema. Ho parlato della mancanza, di un momento di rabbia tremenda… tutto legato ad attimi di vita. Le composizioni erano belle, c’erano gli accessori giusti, ma nonostante l’impegno ancora mancava qualcosa. Allora andai da questa fotografa, vergognandomi tantissimo. Avevo stampato un libro con tutte queste foto e gliel’ho mostrato. Inaspettatamente le piacquero veramente tanto e mi disse “continua su questa strada, prova il colore”.

Io non capivo. Nelle mie foto c’erano i colori, però erano scelti a caso, secondo un mio gusto. Poi ho capito cosa intendeva. La cosa che avevo in comune con lei era il fatto che prima di essere fotografa era una pittrice, quindi riusciva ad usare le stesse regole della pittura nella fotografia. Attraverso lo studio del colore, dei colori complementari, lei riesce a staccare i soggetti dagli sfondi, facendo sembrare le foto dei veri e propri quadri. I neri, che non esistono, diventano quasi grigi, è tutto molto pittorico. Allora mi sono detta “a me piace questa direzione, però devo trovare un mio modo, non posso fare le foto come lei”. L’unica scelta che avevo era di continuare comunque con il mio modo di lavorare, seguendo quindi dei racconti di vita, seguendo degli episodi, mai a caso, portando avanti però questo studio del colore: l’abito accostato ad uno sfondo, il colore dei capelli della ragazza abbinato ad un accessorio… Ci sto ancora lavorando, però ho visto un cambiamento sostanziale dalla prima foto che ho fatto.

I soggetti che preferisci?

Solitamente scelgo sempre volti molto delicati. Per il tipo di foto che faccio i canoni di bellezza moderni non funzionano, quella che è la moda attuale non ha senso. Penso piuttosto ai quadri d’epoca, a quei volti aggraziati. Proprio quella grazia deve essere presente nella fotografia per me. La scelta dipende dall’idea che mi viene in mente. Sicuramente non seleziono i volti in base alla bellezza, scelgo quello adatto. Per esempio, se volessi rappresentare un pesce che si trasforma in donna e esce dall’acqua, quindi esce dalla sua bolla, sceglierei delle particolari caratteristiche: gli occhi un po’ più tondi, gli zigomi un po’ scavati… Particolari che ricordano, evocano la figura a cui mi sto ispirando. A volte fermo anche persone per strada, senza conoscerle. In realtà se trovo l’occasione, mi viene in mente l’idea al volo!

Francesca Ciavarella, giovane fotografa di Ascoli Piceno che con la sua arte crea sogni e fa sognare con il suo progetto "Sleepers".

Cos’è un Luogo per te?

Il luogo per me è fondamentale. Ci metto mesi a cercarlo. Utilizzo sempre lenti che non fanno sparire lo sfondo, ma lo mantengono insieme al soggetto. In questo modo è possibile riconoscere dove ho scattato la foto. Il luogo che io scelgo è la base della mia narrazione. Tutto quello che c’è nella foto ha un senso.

Quindi se tu dovessi dare una definizione di luogo?

L’essenza. Per dirti, non riesco a fare una foto di paesaggio senza che ci sia qualcuno davanti. È il contesto. È il luogo che mi sta parlando, più del soggetto. Da solo però non funziona, quando accosto l’elemento umano si ricrea la storia.

Le immagini che tu crei, per quanto mi riguarda, hanno qualcosa di onirico. Ti ci riconosci? Che rapporto hai col sogno?

L’ultimo progetto a cui sto lavorando si chiama proprio “Sleepers”, in cui il sogno viene percepito di gesti dei soggetti fanno. Loro stanno dormendo, però se in quel momento il soggetto ha una barca in mano, è perché sta sognando di essere al mare. Se tiene una chiave gigante probabilmente sta sognando di aprire una porta e dietro sicuramente ci sarà un portone gigante. Quello su cui insisto però è che sia sempre tutto reale. Non aggiungo niente in post produzione, tutti gli oggetti, giganti, piccoli, strani, assurdi, improbabili, banali, qualsiasi cosa è sempre reale. Quindi viaggio, cerco proprio posti e oggetti che mi servono. Quando decido non c’è un’alternativa, un posto deve essere quello che voglio, come gli oggetti.

Gli oggetti son sempre simbolici.

Che rapporto hai con gli oggetti?

Mi lego molto alle cose in realtà, sono una poersona molto materiale. Ovviamente per le foto all’inizio acquistavo tutto o costruivo, poi per mancanza di tempo, o comunque mancanza di spazio, perché effettivamente non so più dove mettere tutto quello che mi occorre, li affitto, li chiedo in prestito e un po’ mi pesa darli indietro, ma perché so che sono delle cose particolari di cui ho bisogno. Vorrei poter tenere tutti questi oggetti, ma è impossibile. L’unica cosa che ho acquistato e che poi ho tenuto è il grammofono.

A proposito di grammofono, pensi mai di essere nata nell’epoca sbagliata?

Sì, sempre! E piango, piango tantissimo! È proprio un dramma, non mi sento in linea con niente di quello che vedo e sento adesso, mi fa rabbia tutto.

Qual è l’epoca ideale?

Gli anni ’20. Dai ’20 ai ’40. Poi l’estate del ’50! (ride)

Perché?

Sempre per un discorso legato all’eleganza. Vorrei che si fossero mantenute un po’ la sobrietà e l’estetica che c’erano allora nella moda femminile e maschile. Adesso non potrebbe mai colpirmi un uomo con i risvoltini! Magari esco, vedo un uomo in cappotto con il cappello e dico “wow, un eroe!” e probabilmente quell’eroe ha 97 anni. Io non riesco a trovare un’affinità in questo senso con un ragazzo moderno. Poi l’utilizzo estremo del make-up, che deforma e appesantisce i volti invece di esaltarne la bellezza… Anche per quanto riguarda il mio abbigliamento, io compro tutto online o ai mercatini. Nei negozi è raro che riesca a trovare qualcosa, rarissimo.

Francesca Ciavarella, giovane fotografa di Ascoli Piceno che con la sua arte crea sogni e fa sognare con il suo progetto "Sleepers".

La situazione più bizzarra in cui ti sei ritrovata?

Dovevo andare a fare delle foto ad una ragazza in una villa in Abruzzo. Indossava un vestito rosso elegantissimo e teneva un grammofono in braccio, per evitare che con l’auto in movimento si rompesse scivolando sui sedili. Ci hanno fermato casualmente i carabinieri; è stato difficilissimo spiegargli che non andavano a un gran gala o a mettere la musica da qualche parte. E soprattutto spiegare che il grammofono non era un mezzo di intrattenimento, ma un accessorio! Oppure i turisti che ti fotografano in giro mentra stai facendo qualcosa di particolare. Una volta mi hanno seguito mentre realizzavo le foto per Alice a Grottammare; stavo facendo degli scatti dove c’era il Bianconiglio che saltava da una via e lo dovevo immortalare in volo. Questi turisti si mettevano dietro di me e facevano le foto!

La cosa che odi di più quando lavori?

I tentativi di approccio. Spesso mi è capitato che vecchi clienti mi dicessero cose tipo “le tue foto sono bellissime, come te” o comunque tentativi di approccio banali e infimi. Magari poi non vieni presa seriamente come potrebbe esserlo un uomo.

Come ti vedi da qui a 10 anni?

Spero con non troppi gatti! (ride)

Da qui a un anno?

Non lo so, probabilmente adesso non cambierei niente. Sto bene, ho raggiunto un equilibrio anche nei rapporti con le persone. Lavorativamente vorrei puntare sulla vendita di fotografie alle case editrici per le copertine di libri. Quello sarebbe proprio lo scopo finale di quello che faccio, il massimo per me. Essendo appassionata di lettura, credo che l’unico legame che potrei avere con il mondo commerciale è proprio quello con l’editoria, sopprattutto per il mio modo di comunicare.

Il tuo paradiso terrestre personale?

Le librerie. E i supermercati! Perché sono una maniaca dell’ordine. Tutto preciso, in scatola, ordinato… (ride)

Grazie Francesca!

Segui Francesca Ciavarella: http://francescaciavarella.it/

Una “Terra di Mezzo” a Dragone

Un’azienda agricola e le sue radici, i suoi progetti, la sua umanità

In una splendida giornata di autunno ci accingiamo a raggiungere la Terra di Mezzo. No, non stiamo cercando di materializzarci in un libro di Tolkien, anche se il nome della località verso la quale ci stiamo dirigendo non può che scatenare un immaginario fantasy: Dragone di Montedinove.

Azienda agricola Terra di Mezzo di Stefano Galli a Dragone di Montedinove

Quella che stiamo per visitare è un’azienda agricola decisamente particolare, che senza dubbio ci riserverà qualche sorpresa. Ad accoglierci è il suo titolare, Stefano Galli, che con la sua tenuta da lavoro ci mostra immediatamente il suo volto più autentico. Per incontrarci ha lasciato momentaneamente la raccolta delle olive, in un terreno vicino che successivamente visiteremo. Immediatamente mi tolgo la curiosità di capire l’origine del nome della sua azienda: “Terra di Mezzo”.

Ci troviamo praticamente ai confini di tre comuni e due province. A livello “macro” stiamo tra i monti e il mare, circa a metà strada. I comuni di riferimento sono Montalto, Montedinove e Montelparo. Il nome “Terra di Mezzo” gliel’ho dato prima di conoscere Il Signore degli Anelli, Tolkien me l’ha copiato! (ride)

Chiacchierando scopro che la storia di quest’azienda, come spesso accade, è strettamente intrecciata con quella della famiglia di Stefano. Si risale addirittura al 1500, al tempo in cui l’agricoltura serviva essenzialmente a sostenere i bisogni della famiglia e degli animali.

Nel ‘500 si lavorava in maniera molto diversa, perché l’obiettivo di ogni famiglia era quello di arrivare alla fine dell’anno col maiale in salute. Quello era l’obiettivo. E quando ammazzavi il maiale avevi la vita assicurata per l’anno successivo. Lo scopo del “gioco” era la sopravvivenza.

E poi cos’è successo?

Nel ’71 i miei nonni paterni si spostarono qui, comprarono questo appezzamento di terra e in un certo senso cambiarono modello produttivo, perché là si faceva agricoltura di sussistenza, che era un’agricoltura tipica degli anni pre “rivoluzione verde”. Ci fu così un primo abbandono delle campagne, le bestie vennero sostituite dalla meccanica e si cominciò a seguire una monocoltura generalmente. Nel nostro caso vite e pesche, che venivano mandate ai mercati del nord Italia e del nord Europa.

Per 20 anni questa è stata una fonte di reddito non indifferente, fin quando è arrivata la cosiddetta globalizzazione. Le pesche hanno imparato a coltivarle anche in Spagna, in Marocco, in Grecia. La Campania che prima non aveva grosse quantità, ha iniziato a metter giù impianti a non finire, fino a quando non è esplosa la bolla. Qui a marzo avreste visto tutto rosa, con tutti i peschi fioriti. Oggi ci sono appena una cinquantina di piante. E allora c’è stato il secondo abbandono, la fuga, e chi è rimasto si è dovuto un po’ reinventare. Si è reinventato sostanzialmente seguendo due filoni: quello dell’efficientamento, oppure quello della diversificazione, quindi una piccola produzione, ma più variegata possibile. Io ho fatto questa scelta.

Da quanto tempo hai in mano l’azienda?

Dal 1998. 20 anni. I primi dieci mi sono serviti per capirci qualcosa. I secondi 10 per tentare di fare! Diversificare costa. Perché devi sapere molte cose, hai piccole produzioni, rischi altissimi e quindi la possibilità di sbagliare è abbastanza elevata. Però abbiamo fatto questa scelta e su questa scelta noi vogliamo proseguire per due motivi fondamentalmente: uno perché quest’azienda non è strutturata in modo da poter diventare efficiente.

Azienda agricola Terra di Mezzo di Stefano Galli a Dragone di Montedinove

Il massimo dell’efficienza è un corpo unico di terra irrigua di forma regolare in pianura. Quest’azienda di tutti questi elementi non ha niente, perché è frantumata su tre comuni e due province, ha dei pezzi irregolari, non è tutta in pianura… E poi subentra la questione affettiva. Io sono legato a questa terra in maniera spropositata. Per me è più semplice immaginarmi a fare un altro lavoro, piuttosto che a fare questo lavoro da un’altra parte, perché io sono ferocemente legato a questo posto. Con tutti i suoi difetti, anche perché lavorare e vivere qui non è semplice.

E il punto vendita a Porto San Giorgio?

È un’avventura che è iniziata 5 anni fa. Fare vendita diretta non è affato semplice, ci si incontra e scontra con i desideri dei consumatori, che non sempre sono chiari. Abbiamo capito di dover proporre un’offerta più vasta possibile, e per questo abbiamo cominciato a coltivare anche gli ortaggi. Addirittura proponiamo ai clienti verdure già pronte all’uso o alla cottura.

Com’è il rapporto tra consumatore e stagionalità?

Bisogna capire cos’è la stagionalità, bisogna “mettersi d’accordo”. Pensa che la stagionalità qui e a Pedaso è diversa. I primi finocchi per esempio arrivano sul banco a luglio. Abbiamo già destagionalizzato! Perché i finocchi prima di ottobre qua non dovrebbero arrivare. Tutti gli stereotipi che in questi anni ci siamo dati: stagionalità, biologico, km0… Questi qui sono slogan che sganciati da quello che è l’impresa, l’imprenditore, il coltivatore, non hanno senso. Sono concetti talmente aleatori che noi non riusciamo bene a individuare. Ti faccio un esempio: è meglio un ortaggio coltivato a km0 al confine con uno svincolo autostradale o un ortaggio coltivato a 600 km in zona parco? Meglio un frutto bio coltivato da manodopera sfruttata o un frutto coltivato con metodi convenzionali con manodopera regolare?

Queste ovviamente sono provocazioni. Ciò verso cui dobbiamo tendere è stabilire dei rapporti umani fra chi coltiva e chi consuma. Perché se tu non costruisci un rapporto di fiducia, non sarà un’etichetta, non sarà un metodo di coltivazione, non sarà semplicemente un luogo a darti un buon prodotto. Il fattore umano, con le sue potenzialità e fragilità, la miscela di lavoro, conoscenze e competenze, è il vero differenziale qualitativo. Non esiste legge, marchio o luogo che siano veramente unici senza il lato umano, personale, spirituale delle persone.

Mentre chiacchieriamo saliamo in macchina e ci spostiamo verso quella che sarà davvero una bella sorpresa, un salto affascinante indietro nel tempo.

Azienda agricola Terra di Mezzo di Stefano Galli a Dragone di Montedinove

Qual è il tuo scopo? Chiedo.

Ho girato attorno a questo tema talmente tante volte, cosa voglio, che alla fine mi sono dato una risposta che non c’entra niente con l’agricoltura. Sono arrivato a rivalutare tantissimo il vecchio slogan “chi mi ama mi segua” e poi al fatto che, siccome il consumatore non si sa quello che vuole, ho deciso di costruirmi un modello e metterlo a disposizione di chi ne vuole usufruire e condividere. A me piace questo lavoro, amo questi luoghi, ma non voglio né morire di lavoro né rinunciare a quelli che sono i miei obiettivi della vita e le mie passioni, cioè laurearmi in scienze politiche e prendere il brevetto da paracadutista!

Nel frattempo arriviamo di fronte ad una struttura fortificata del ‘500, che scopriamo essere l’antico mulino dell’epoca di Sisto V dove è nata sua madre.

Qualcuno lo chiama “La zecca”, in realtà in epoca sistina probabilmente ha fatto da deposito di monete, qui il conio non c’è mai stato. Non c’è mai stato il maglio. Questa è una struttura particolare perché è una torre merlata, di difesa. Visto che il mugnaio doveva stare qui, poiché non era possibile tornare la sera in paese a dormire, questo mulino doveva essere fortificato. Qua sotto c’erano le macine, mentre sopra c’era l’abitazione. Il padre di mio nonno era il mugnaio, mia madre, con le sorelle, è nata qui dentro, mio nonno viveva qui, poi negli anni ’60 ha costruito un’altra casa.

Torniamo al tuo modello aziendale. Cosa fai o vorresti fare di diverso con la tua attività?

Oltre a consumare i miei prodotti, vorrei che questo modello possa essere consumato non solo come prodotto finito, ma anche come modello di vita. Io non voglio vendere solo ciò che coltivo. Voglio vendere anche un modello di vita. E questa è una cosa che tutti potrebbero offrire, ma che per natura sarebbe sempre diverso l’uno dall’altro. Perché il mio stile di vita è mio. La vera sfida per i prossimi anni sarà quella di studiare un modello in cui il pacchetto dei prodotti offerti sarà anche di tipo immateriale. Se venisse da me una persona a fare spesa, mi piacerebbe che potesse usufruire anche della bellezza che c’è qui intorno, creare un itinerario, che potesse usufruire di una biblioteca e potesse anche giocare o fare sport in questi luoghi. Con dei percorsi, dei moduli, prestabiliti da persone competenti. Cultura, lavoro, benessere. Questa è la triade che può fare la differenza.

Vorresti metterti in collaborazione con altri professionisti?

Un paio di anni fa mi balenò per la testa l’idea di mettere a disposizione questo spazio e parte del mio tempo, affinché si venisse a creare in azienda un gruppo di persone che lavorasse per un progetto unitario. Quindi ipotizziamo uno spazio non utilizzato, io coltivo ortaggi e frutta e di questo mi devo occupare, ma se ci fosse qualcuno di buona volontà che ama gli animali, potrebbe allevarli qui e potrebbe produrre ad esempio uova acquistabili presso il nostro punto vendita. All’interno dell’azienda, ma che non sarebbe più come la immaginiamo noi, ma un insieme di attività imprenditoriali in un unico luogo. Chiamiamolo co-working?

Azienda agricola Terra di Mezzo di Stefano Galli a Dragone di Montedinove

Aziende che fanno sistema, in senso materiale e immateriale, agricolo e non agricolo. Fare un lavoro del genere in un borgo del‘500, a sistema con un’impresa agricola, darebbe un valore aggiunto. Per me è sicuramente la partita del futuro perché nessuno si salva da solo, nel senso che io non riusciò mai a fare un’impresa che valga qualcosa senza l’aiuto degli altri. Questo è innegabile. Nel solo negozio e nella sola produzione non c’è prospettiva. Non c’è prospettiva per un’azienda che si regge su una persona sola.

C’è un prodotto particolare sul quale punti di più allo stato attuale? Che magari ha creato inizialmente un po’ di diffidenza, ma poi ha preso piede?

La mela rosa dei Sibillini è un prodotto che fino a 15 anni fa era completamente abbandonato, perché il consumatore sostanzialmente vuole un prodotto che sia standard con alcune caratteristiche: croccantezza, succosità, colore. Questa mela non dappertutto riesce a garantire questi standard. Per cui è una mela che è andata in disuso, anche perché è un po’ insolita, un po’ piccolina, se non conservata bene tende a sfarinare, perdare il meglio di sé dovrebbe essere coltivata con tempi di ritorno molto lontani e quindi è andata in disuso. Fin quando non è stata recuperata. In un primo momento ha incontrato della resistenza, ma poi è riuscita a ritagliarsi uno spazio in una nicchia in continua espansione. Noi l’abbiamo piantata, ci abbiamo creduto. Invece un’altra cosa che ci sta dando una buona risposta, dopo un primo anno di sperimentazione è la zucca.

C’è una riscoperta della zucca?

Sì. Nella nostra zona la zucca non è mai stata considerata un alimento. Perché non era culturalmente nostra e perché le zucche generalmente si davano ai maiali. Fin quando invece non ci si è resi conto che la zucca è un ottimo prodotto, ha molte proprietà e soprattutto può essere anche buona, perché un prodotto diventa buono anche in base alle ricette in cui lo impieghi. A maggio siamo entrati in contatto con l’azienda Orto Antico di Senigallia e siamo rimasti affascinati dalle mille forme e colori delle zucche. Abbiamo deciso di investire e i risultati ci danno ragione: attorno al prodotto c’è curiosità e consenso sfociati in un nostro bellissimo evento al ristorante L’Amaca di Altidona la sera del 31 ottobre e l’evento “Dalla A alla Zucca” di Acquaviva Picena. Sicuramente sarà un prodotto che nei prossimi anni farà parlare di sé.

Azienda agricola Terra di Mezzo di Stefano Galli a Dragone di Montedinove

Ci spostiamo nuovamente e ci ritroviamo in “Galleria”, che non ha niente a che vedere con un tunnel, ma scopriamo che è un nome che simpaticamente sta ad indicare quello che era un piccolo borgo abitato dalla famiglia Galli dal 1500. Qui dominano uliveti e vigneti, circondati dal bosco.

Di questo posto l’architettura ci dice molto, perché fa il paio con il mulino di prima, nel senso che attorno al ‘500, quando lo Stato della Chiesa, al pari di tutti gli altri stati italiani, riesce a riprendere il controllo del territorio, inizia a collocare in posizioni strategiche delle strutture, che sono quasi sempre strutture di servizio e mai abitative. Una è il mulino che abbiamo visto prima, un’altra potrebbe essere questa. Se osserviamo bene questa struttura, la parte centrale è datata 1565, lo sappiamo perché c’è dentro un mattone murato con la data. Questa struttura è stata costruita sicuramente in precedenza con dei materiali di recupero che provengono dall’altra parte del fosso, di un ex convento, che a sua volta era fondato su resti di case romane, perché qui sopra noi abbiamo degli embrici romani.

Questo era sicuramente un possedimento della chiesa o comunque dei preti, che avevano base a Montalto; uno di questi preti aveva un fratello, un certo Galli Antonio, che fu mandato con la famiglia ad abitare questo posto. E qui poi la famiglia continuò a vivere e lavorare per qualche secolo. Di fronte abbiamo il casino di caccia della famiglia Sacconi, una famiglia importante di Montalto, imparentata con l’architetto Sacconi dell’Altare della Patria a Roma, originario di Montalto, e uno di questi suoi parenti nobili passava da qui, chiamava mio nonno e gli chiedeva di fargli alzare in volo i piccioni per sparargli col fucile!

Incredibile!

Questo posto arriva al massimo della sua estensione e popolosità negli anni ’40, quando qui dentro c’erano 5 famiglie e 45 persone. E queste 45 persone vivevano della terra che vedete qui intorno. È qui che devo riuscire a riportare un po’ di vita. Da qui fino a Montalto c’è un corpo unico di 19 ettari di terreno nostro fatto di uliveti, vigneti e bosco, tant’è che mia nonna diceva (con un gusto un po’ tetro): “Tu pensa, io quando me mòro posso anda’ al cimitero passando sempre sopra la terra mia!”. Qui c’è un impianto di oliva tenera ascolana, altre varietà tipiche: sargano, piantone di Falerone, piantone di Mogliano, poi c’è un vigneto di rosso piceno e di pecorino.

Azienda agricola Terra di Mezzo di Stefano Galli a Dragone di Montedinove

Vorresti ridare vita a questo piccolo borgo?

Sì, il primo nucleo da cui ripartire sarà questo, creando una sorta di “agricamping”: un giardino di frutta all’interno del quale ci sia la possibilità di piazzare delle tende, così che i turisti, dal corridoio adriatico, quindi dalla ciclovia che va da Trieste a Santa Maria di Leuca, possano risalire la Valle dell’Aso, andare alle montagne e fermarsi qui. Questa è l’idea della stazione di posta. Fermarsi qui, dormire e trovare servizi; e questo vorrebbe essere uno spazio riservato al turismo a trazione non a motore, quindi a piedi, bicicletta o animale. Per fare questo servirebbe certamente un bel capitale umano, ma anche risorse derivanti da un crowdfunding, oppure un mecenate che creda nel progetto.

Il “dato umano” per voi è molto importante, ci sono anche altri progetti in corso in questo senso?

Un esempio è il progetto di collaborazione con lo SPRAR di Montedinove, cioè l’accoglienza dei rifugiati; cercheremo di inserire in azienda uno o due immigrati con un tirocinio formativo. In cambio del loro tempo e del loro lavoro, noi forniremo una formazione e quindi delle competenze. E poi con delle cooperative di gestione di disabilità o di diversa abilità, stiamo cercando di costruire un progetto di collaborazione basato sulla vendita dei loro prodotti. Noi offriamo loro gratuitamente uno spazio nel nostro punto vendita di Porto San Giorgio per poter vendere i loro prodotti. Quindi diciamo che a livello di progettualità c’è molto!

Beh, che dire? In bocca al lupo Terra di Mezzo!

Azienda agricola Terra di Mezzo di Stefano Galli a Dragone di Montedinove

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Cesare Catà: lo storyteller della Marca

Consiglio per te: assapora una buona birra mentre leggi questo articolo e ascolta vera musica celtica

La nebbia avvolge come un manto impalpabile questa domenica di novembre a Montedinove. Tutto è sospeso, onirico e quasi sembra di non sapere cosa si potrebbe scorgere all’improvviso tra i vicoli di questo antico borgo. A pensarci bene mi sembra molto azzeccato incontrare, in una giornata come questa, uno storyteller innamorato dell’Irlanda e appassionato di leggende.

Intervista a Cesare Catà nella nebbiosa Montedinove

Il mio interlocutore mi attende sorridente, sta per essere messo in scena un suo pezzo teatrale da tre attrici della Compagnia dei Folli di Ascoli Piceno, una leggenda inventata da lui ispirata al curioso nome di una frazione di Montedinove: Dragone. Lo spettacolo è in inglese, un’idea interessante per invogliare i turisti stranieri che si avvicinano al Festival dell’Appennino, penso. Cesare Catà mi racconta che saranno sei gli appuntamenti con questo genere di spettacolo in lingua, che ricominceranno ad aprile e narreranno storie legate a luoghi dei Sibillini. Questo mi da un assaggio di ciò che emergerà durante l’intervista che seguirà di lì a poco.

Davanti ad un calice di prosecco mi accingo ad indagare: chi è Cesare Catà? Una domanda difficile da fare a bruciapelo! Meglio partire da cosa fa e perché…

«Questo già è più semplice! Teatro soprattutto, letteratura… Perché è una spinta d’amore.» Gli occhi già gli brillano mentre pronuncia queste parole. «Come quando uno si innamora. Ti rende più sopportabile il mondo, più significativo, più sensato. Il teatro e la letteratura per me significano innanzitutto questo. Riconnettermi con autori e significati lontani nello spazio e nel tempo, rispetto a dove vivo io come creatura spazio-temporale, che poi diventano vicinissimi.»

Intervista a Cesare Catà

Perché lontani? Ti riferisci ad autori principalmente stranieri?

«Soprattutto, ma non solo. È una passione. E poi non credo nella distinzione Stato-Nazione, credo piuttosto nella distinzione delle lingue e nell’importanza del varcare i confini, cosa che la letteratura ti porta quasi sempre a fare.»

Chiacchierando scopro che Cesare ha cominciato già da piccolo a raccontare storie: un bambino “diverso” e amante dello stare in compagnia, che cominciò ad immaginare leggende legate al Mar Adriatico che vedeva tutti i giorni, a Porto San Giorgio, per poi scoprire in adolescenza i Monti Sibillini.

Monte Sibilla

«Dai 27/28 anni sono diventati un po’ il mio luogo d’elezione per le storie che c’erano. E poi di studio e poi… Tante cose.»

Li frequentavi in solitaria? C’è una leggenda in particolare a cui sei legato?

«In solitaria, quasi sempre. Beh, la leggenda del Guerrin Meschino, quella che di più ho studiato, che racconto sempre negli spettacoli e che amo molto. È la storia di un cavaliere che si perde e si ritrova, è una storia universale ambientata tra le nostre montagne, che ha a che fare con tutte le leggende medievali accorpate in un solo racconto. Ci sono tutte le fantasmagorie, c’è dentro una sapienza pazzesca, si collega a leggende europee, però il fulcro della storia è qui, in queste montagne dove stiamo adesso. Quindi mi è particolarmente cara.»

Quindi il teatro è il tuo lavoro principale.

«Sì, il racconto. Non il teatro in senso canonico, non faccio l’attore di prosa, faccio lo storyteller di solito. E quindi una forma di teatro particolare, una performance. Attualmente è quello che faccio di più, oltre al resto, che è scrivere, tradurre, il meno possibile fare lezione, ma ogni tanto insegno pure. Alle elementari, con dei progetti esterni, incontro bambini a cui racconto leggende; spesso sono molto più preparati dei bambini più grandi di 20/30 anni! Non sono andati ancora a scuola, quindi sanno un sacco di cose!» ride.

Scopro che Cesare porta lo storytelling anche nelle aziende: tiene seminari in cui spiega l’importanza del saper raccontare storie per migliorare la comunicazione, ma anche del public speaking, grazie alle antiche lezioni di Cicerone, Aristotele… Shakespeare! È incredibile come la letteratura insospettabilmente possa “insinuarsi” ed integrarsi in mondi in cui si potrebbe pensare che possa essere assolutamente estranea.

Reading Cesare Catà

E gli spettatori delle tue performance invece? I tuoi spettacoli si tengono essenzialmente nelle Marche, perché sono questi i luoghi che vuoi raccontare e a cui sei legato. Com’è il pubblico marchigiano?

«Molto, molto ricettivo. Si tende a pensare alle Marche come un paese di contadinotti e di pescivendoli. Lo è, ma nel senso migliore. È una terra piena d’arte; non so in quale altro posto d’Italia ci siano così tanti artisti, cantautori, attori, scrittori che operano in piccoli centri. Quando si fanno iniziative culturali la gente c’è. C’è uno scambio, un fermento umano.»

Qual è lo scopo dello storytelling?

«L’arte del racconto è una delle cose più nobili che esistano da sempre nel genere umano, è quella che ci ha tenuto in vita in molti momenti. Anche quando l’uomo moriva di fame anticamente, non si è mai smesso di raccontare. È quello che ci rende uomini, quindi è forse una delle cose fondamentali dell’essere umano insieme a mangiare, bere, fare l’amore, eccetera. Mi piace molto che quest’idea del teatro e della letteratura esca dai recinti accademici o dai luoghi preposti a fare cultura, come i teatri. C’è tutta una scuola antica per cui ogni luogo in cui si recita è teatro. Quindi questo può avvenire in qualsiasi posto. Anche in un pub, come facciamo spesso, in un bosco, in spiaggia come facciamo a Porto San Giorgio e quindi il teatro diventa dove reciti, non viceversa.»

Che cos’è un Luogo per te?

«Il luogo è il “topos”, che è diverso da un “posto” perché significa che c’è una presenza umana che lo rende abitabile. Quindi tutto ciò che crea un rapporto tra l’uomo e il suo ambiente è un luogo. Il luogo è il contrario di quello che un sociologo chiama un “non luogo”, dove gli uomini invece non hanno legami con il posto in cui stanno. Il luogo è identitario. Heidegger, un filosofo che amo, diceva anche che l’essere umano è proprio ontologicamente connesso con la terra. Un rapporto spirituale dell’uomo con il suo ambiente. Heidegger per esempio rimase sempre in provincia, lo spiegò in Warum bleiben wir in der Provinz?, a me particolarmente caro, sia per motivi filosofici, sia perché nonostante tante evenienze nella mia vita, alla fine sono sempre rimasto nelle Marche. E per ora sto qui convintamente.»

Intervista a Cesare Catà

E invece la passione per l’Irlanda? Da dove nasce?

«Nasce da un viaggio negli anni ’90, quando ero molto giovane e non sapevo ancora una parola di inglese. Partii dalle Marche verso un paesino dell’Irlanda per imparare la lingua. Era il 1997 e da allora ogni anno, almeno due volte all’anno, sono stato in Irlanda. A volte per lungo tempo, un anno, a volte mesi, a volte due giorni. Però sono sempre tornato.

C’è un legame speciale, per me anche un po’ misterioso, con quella terra dove ho studiato, poi ho lavorato, dove ho avuto tanti affetti e dove ho imparato un sacco, oltre all’inglese. Dove c’è un’atmosfera strana e molto bella per la musica, la letteratura, per i pub, per la danza, eccetera. Il pub è una grande passione, insieme a quello che accade nel pub! Quindi la birra, gli incontri e tutto il resto. Il pub come luogo di mescita e come luogo umano, sia per la birra, sia per quello che ci succede. Sono un animale da pub. Nel senso che ho passato forse più ore lì che a scuola, non so! Sono anche un po’ il mio ufficio, sia quelli in Irlanda sia a Porto San Giorgio. Ci lavoro. Per le prime birre, poi per le seconde non riesco più!» ride.

Una leggenda irlandese a cui sei legato?

«Tantissime. Molte delle leggende le ho conosciute all’inizio perché le ha raccontate un poeta che è molto caro al mio cuore, che è William Butler Yeats, il poeta più famoso d’Irlanda. Lui viveva a Sligo, che è una città nella quale poi mi sarei trasferito per lunghi periodi della mia vita, nella quale sicuramente tornerò, e lui, tra le tante, in una poesia racconta la leggenda dello “Stolen child”, cioè il “Fanciullo rapito”.

Si narra di come gli irlandesi credano che alcuni esseri umani per vengano momentaneamente rapiti nel Regno delle Fate, chiamato “Tírna nÓg” in gaelico, e quindi la persona che resta qui è semplicemente un simulacro di quella reale, perché la vera anima sta nel mondo delle fate. E Yeats racconta questa leggenda con un bambino che alla fine decide di restare di là e non tornare di qua. “For the world’s more full of weeping than you can understand”, perché il mondo è molto più pieno di lacrime di quanto voi possiate capire. E così finisce la poesia.»

A questo punto restano due domande finali, che chiudono il cerchio. La prima: quando le persone leggeranno questa intervista, secondo te cosa dovrebbero bere o mangiare mentre lo fanno?

«Bere possibilmente una birra o un amaro Sibilla, quindi un richiamo o all’Irlanda o all’Inghilterra di Shakespeare oppure alla nostra terra marchigiana.»

E invece un pezzo musicale che andrebbe ascoltato durante la lettura?

«Tre opzioni a seconda dello spettatore. Potrebbe essere vera musica celtica, i Dubliners o Luke Kelly o Loreena McKennitt, oppure Wagner, una grande sinfonia, un grande preludio, oppure i Doors.»

The Dubliners: https://www.youtube.com/user/TheDublinersOfficial

Loreena McKennitt: https://www.youtube.com/user/quinlanroad

The Best of Wagner: https://www.youtube.com/watch?v=4i0TnNI6U-w

The Doors: https://www.youtube.com/user/thedoors

Grazie Cesare!