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Autunno giapponese. Le Marche che non ti aspetti.

Consiglio per te: assapora un tè sencha mentre leggi questo articolo e ascolta musica Shakuhachi.

San Ginesio: il “balcone dei Sibillini”. Un borgo meraviglioso, antico, ricco di arte, di storia, di storie. Un panorama mozzafiato tutto intorno, i monti azzurri che fanno bella mostra di sé e salutano questo vecchio amico, duramente colpito dal maglio del sisma.

Un luogo che deve essere raggiunto, non è certo di passaggio, e che una volta scoperto riserva innumerevoli sorprese. Ma ce n’è una in particolare, che colpisce per il suo essere assolutamente insospettabile in questo territorio. Quando scoprii per la prima volta l’esistenza di questa “bolla spazio-temporale” rimasi assolutamente esterrefatta ed estasiata ed ora eccomi qui, ad attraversare di nuovo quel cancello e ad immergermi nell’atmosfera magica di Wabi Sabi Culture.

L'antico Giappone tra i Monti Sibillini: alla scoperta di Wabi Sabi Culture, un ryokan giapponese e tempio zen a San Ginesio, nelle Marche

Circondate da una fitta vegetazione, ci immergiamo in un angolo di Giappone antico che disorienta ed incanta. Ad accoglierci sopraggiunge Serenella, la “padrona di casa” insieme al suo compagno di vita Ricky, che ci invita ad entrare nel ryokan per chiacchierare sedute sui tatami degustando un ottimo tè giapponese.

Mentre mi guardo intorno nuovamente incantata, chiedo: chi sono Serenella e Ricky?

Serenella: io sono una curiosa. Sono una ricercatrice. Sono una che segue l’estetica, sono molto influenzata dall’estetica. Per me, come diceva Platone, “il bello cura”. E quindi sono anche un po’ “dipendente” da questa cosa. Poi sono anche non convenzionale come persona e questa cosa l’ho proprio voluta costruire fin da ragazzina. Non mi è mai piaciuta l’omologazione e quindi mi batto per questa cosa. Che non è il culto della personalità; io seguo il buddhismo, per cui non è quella roba lì, però è un’identità di carattere. Poi sono molto vicina a tutto quello che è ecologia, natura, ambiente, animali… E tu Ricky?

Ricky: non sono! Essere è solo una percezione ordinaria. Noi siamo percezione ordinaria. Ovviamente parlo di zen, di dharma.

E il centro Wabi Sabi? Com’è nato?

Ricky: non è nato “ah, sai cosa facciamo? Siccome ci siamo messi da parte un po’ di soldi in banca, dopo 30 anni di lavoro, facciamo il B&B alla giapponese”. Noi facevamo un tipo di lavoro per cui il nostro pensiero era orientato verso i nostri clienti e verso la creatività; abbiamo fatto i direttori creativi per 30 anni.

Pubblicità giusto?

Ricky: si. Diciamo che è stata una sorta di “eruttazione” violenta che ci ha “buttato” dentro al buddhismo in particolare; questo è successo nel ’96, quindi stiamo parlando di più di 20 anni fa. Ci sono voluti, dal ‘96 al 2003, anno in cui abbiamo acquistato la proprietà, molti anni per comprendere che cosa dominasse nella nostra vita.

Se la tua vita è permeata, dominata dal lavoro che stai facendo, è inevitabile che tu vada in quella direzione. Ipotizza però, cosa che a noi è successa realmente, che dal giorno alla notte ti arrivi una saetta sulla testa e che tu di colpo veda delle cose che prima non vedevi e ti cominci quindi a interrogare. Ti dici “perché fino ad ora non ho visto tutte queste cose? Perché ero impegnato a farne delle altre”. Molto semplice. Ma nel momento in cui tu vedi, non puoi più chiudere gli occhi. Ormai hai già visto. Ti rimane impresso nella mente. Questa è la conoscenza. La conoscenza non la puoi togliere, rimane.

Quando accadono queste cose, queste illuminazioni, immagino sempre la sfera sul piano inclinato. Magari sta lì in bilico per molto tempo, ma quando parte poi…

Ricky: perfetto, hai fatto un esempio calzante. Tant’è che è partita, non si è più fermata e ancora adesso non è ferma.

Quindi siete in evoluzione.

Ricky: sì, è un processo costante di evoluzione. Questo centro, nella nostra visione, nasce inizialmente come luogo dedicato alla meditazione. Ciò che ci ha fatto cambiare idea, parzialmente in realtà, è stato il giorno in cui l’abbiamo inaugurato. Era la fine del 2009 e sono arrivate 800 persone qui. Si era sparpagliata la voce in tutte le Marche. Quando è finita ci siamo detti “forse dobbiamo aprirlo a tutti”. È così che è nato poi il ryokan da una parte e meditazione, zen, buddhismo dall’altra. Ci sono persone che vengono per l’aspetto culturale, per esempio per i laboratori di calligrafia, per la cerimonia del tè, per la parte che riguarda diciamo le arti meditative dello zen e poi per la meditazione vera e propria.

Serenella: la cosa bella è che quando le persone scoprono la frequenza di questo luogo e si ritrovano, poi diventa una comunità. Che è quello che volevamo fare dall’inizio. Quindi paradossalmente l’idea primordiale, che era quella di aprire un luogo legato ai meditatori, sarebbe stata un’idea limitata. In questa maniera, invece, magari vengono persone che sono lontane da questi concetti, ma essendo questo un luogo che rappresenta proprio la sintesi della meditazione, in cui tutte le cose sono state fatte con un intento di concentrazione, una logica, un amore, una dedizione, si interessano, capiscono che c’è un’energia diversa. Questo aspetto a me personalmente piace moltissimo, perché li vedi arrivare in un modo e se ne vanno in un altro.

Ricky: la cosa che più spiazza è che ovviamente c’è una parte, se vuoi, di superficie di questo luogo, che è il ryokan, quindi le persone si aspettano che ci sia l’accoglienza classica. Ti do le chiavi della stanza, ti faccio il check in, arrivederci e grazie. No. C’è un minimo di condivisione, c’è l’offerta del tè, con chi è interessato approfondiamo un po’ l’aspetto dell’architettura, dello zen, eccetera. Ci sono persone che vengono perché vogliono passare un weekend di relax, ma ci sono anche molte persone che vengono perché hanno amore per il Giappone, sono stati in Giappone e prolungano la vacanza qui, oppure sono in preparazione perché stanno per andare.

L'antico Giappone tra i Monti Sibillini: alla scoperta di Wabi Sabi Culture, un ryokan giapponese e tempio zen a San Ginesio, nelle Marche

E i giapponesi cosa ne pensano?

Ricky: abbiamo avuto delle grandi soddisfazioni. Ciò che li entusiasma è la combinazione dell’architettura rurale italiana con quella Giapponese. Sono venuti massimi esperti di case antiche giapponesi, di cerimonia del tè, di ryokan giapponesi. Adesso ce n’è stato uno che è venuto da noi e ha fatto 30 ore di volo da Tokyo per stare una notte, perché voleva toccare con mano questo luogo che aveva visto in televisione. Abbiamo anche ricevuto una delegazione di coltivatori e produttori di tè verde. In questo centro culturale abbiamo due stanze tradizionali per la cerimonia del tè; come anticamente si svolgeva in Giappone nei piccoli villaggi nell’epoca Edo, anche qui avviene la stessa dinamica.

Questa struttura in origine che cos’era?

Ricky: era così come tu la vedi, fatto salvo che erano tre case di campagna.

Epoca?

Serenella: questa qui era la casa del fattore di una famiglia ricchissima che aveva 1500 poderi con case coloniche. La parte più antica di questa casa risale al Cinquecento.

Ricky: questo luogo è stato concepito per essere autosostenibile ed ecosostenibile, quindi a bassissimo impatto ambientale. Abbiamo utilizzato delle tecnologie per evitare di inquinare, facendo sì che tutte e tre le case siano sostanzialmente a impatto zero. Per esempio abbiamo una caldaia a condensazione che emette vapore acqueo. Tutto questo per creare un luogo che fosse un luogo di comunicazione di un certo stile di vita, ma anche di un certo modo di interpretare l’architettura.

L'antico Giappone tra i Monti Sibillini: alla scoperta di Wabi Sabi Culture, un ryokan giapponese e tempio zen a San Ginesio, nelle Marche

Cosa vi ha portato qui a San Ginesio?

Ricky: non ci siamo arrivati noi, sono i buddha che hanno deciso di aprire le porte qua! (ride)

Noi siamo arrivati qua sulla scia del karma. Quel giorno avevamo visto quattro case, questa era l’ultima, non ci volevano neanche portare perché han detto era urbanizzata, vicino al borgo. Siamo entrati qui e abbiamo detto subito “ok, va bene”. Neanche il terremoto ci ha fermato. Anzi, dal terremoto in poi abbiamo avuto un incremento. Noi siamo uno dei pochi edifici che non ha avuto danni. Abbiamo utilizzato gli stessi materiali che si usavano in antichità, quindi calce, che lega con la pietra e fa corpo unico.

Poi abbiamo usato anche degli accorgimenti, per esempio la maggior parte delle case, soprattutto questa che è la più grande, è avvolta da un rampicante giapponese che ha delle “manine” che si vanno ad attaccare sulla pietra e, credimi, quando c’è una scossa di terremoto tutto serve. Quindi il telaio interno, la calce che aderisce sulla pietra, l’abbraccio esterno delle piante, tutto quanto fa.

Questo è molto interessante, un fatto da studiare e da condividere.                                        

Ricky: certo. Ci vorrebbe il supporto di un ingegnere che studi il nostro caso e traduca ciò che noi abbiamo fatto istintivamente in numeri. Questo è quello che concerne la parte, se vuoi, strutturale.

Poi ti posso dire anche che qui abbiamo delle protezioni grandi, parlando dell’aspetto mistico. A seguito del sisma una delle tre statue che era qui al tempio si era rovesciata, non ha avuto danni, però ci ha costretto a riaprirla, a fare un endoscheletro e a rinforzarla in maniera tale che resistesse anche alle onde d’urto. Quindi, siccome nella tradizione tibetana, le statue quando vengono consacrate vengono riempite completamente di sostanze, di testi sacri, di reliquie e, già aveva avuto una consacrazione nel 2012, successivamente al terremoto abbiamo invitato questo Lama tibetano, chiedendogli se potesse sigillare la statua e consacrarla di nuovo. E lui ci ha fatto un dono, siamo unici in Italia ad avere delle preziosità così, perché ha portato delle reliquie del Buddha storico, di Buddha Shakyamuni, che sono contenute all’interno di una di queste statue.

Quindi il luogo se vuoi ha ancora più energia da questo punto di vista. Tra l’altro questo non è un tempio di buddhismo classico, è un tempio di buddhismo legato alle vie del Tantra, una disciplina estremamente energetica, potente. La caratteristica di questo tempio in particolare è l’espansione dell’armonia. Anticamente si dice in Tibet che questi buddha si manifestano laddove devono pacificare il territorio.

Come avete selezionato gli oggetti che si trovano qui?

Ricky: devi sapere che il nostro lavoro ci ha portato a viaggiare moltissimo. Nord America, Inghilterra, Olanda, Francia, India… Siamo ricercatori sostanzialmente, quindi preparare un viaggio di ricerca in Giappone per acquistare le cose che ci servivano per noi è stato uno spasso. Noi non eravamo mai stati in Giappone e abbiamo deciso di andarci d’emblée, proprio di punto in bianco. Abbiamo programmato un mese e grazie anche a tutto ciò che è reperibile online, abbiamo fatto tutto il nostro programma con particolare attenzione alle mostre-mercato dell’antiquariato, una importantissima a Kyoto che c’è ogni seconda-terza settimana del mese con più di 1500 espositori, altre a Tokyo e a Osaka. Avevamo un’idea precisa di come doveva venire qui. I tatami, il bagno giapponese, le stoffe antiche…

Serenella: poi la cosa interessante dei giapponesi è che dal punto di vista del commercio sono degli scaltri mercanti, come tutti gli asiatici, però valutano la competenza di chi richiede. Se tu hai solo i soldi per pagare e non hai la conoscenza, non vendono. È proprio una questione di orgoglio culturale giapponese. Se invece capiscono che dietro non c’è la brama di possedere qualcosa, bensì l’intenzione di trasmettere un messaggio positivo di apprezzamento culturale e condivisione, le cose cambiano.

Da quando siete partiti le cose sono andate come volevate?

Serenella: io penso che noi non avessimo un’idea precisa di come doveva andare…

Ricky: per noi era un salto nel vuoto, nel vero senso della parola. Credere totalmente. Ti posso dire che per questo luogo ci siamo tolti di tutto, perché abbiamo passato anni anche di grande austerità.

Serenella: queste esperienze servono a vedere quanto credi in quello che stai facendo. La fatica di mantenere il proposito. È la motivazione che ti da la possibilità di esprimere dei progetti che possono finalizzarsi in una maniera concreta oppure no. Molti abbandonano.

L'antico Giappone tra i Monti Sibillini: alla scoperta di Wabi Sabi Culture, un ryokan giapponese e tempio zen a San Ginesio, nelle Marche

Ma per voi un Luogo che cos’è?

Serenella: per me un luogo è un’esperienza.

Ricky: un luogo è uno stato mentale. È uno stato della mente, perché come lo definisci “luogo”? Dove ha origine un luogo? La percezione viene dall’analisi e l’analisi viene dalla mente. Quindi non c’è un luogo fisico, ma è uno stato della mente dove ci andiamo a posizionare. Tant’è che lo stesso luogo, questo per esempio, puoi sperimentarlo in una certa maniera a seconda del tuo stato mentale. Per noi che seguiamo un certo tipo di percorso di conoscenza essere a contatto con una moltitudine di persone, che possono avere un impatto positivo, ma alcune anche negativo, va bene. Ci aiuta a comprendere la diversità.

Secondo voi c’è una sorta di risveglio in atto nelle persone?

Ricky: più che un risveglio c’è una sensibilizzazione, non ancora una presa di coscienza. Una sensibilizzazione per la quale hanno cominciato a comprendere che c’è qualcosa che non funziona nella società. E allora questo porta a scandagliare qualche nuova risorsa per comprendere se è solo un’impressione oppure c’è qualcosa di diverso. È ovvio che nella totalità delle persone che vengono in questo luogo, una parte viene perché ha desiderio semplicemente di consumare un’esperienza giapponese, quindi dorme, fa il bagno giapponese, magari fa la degustazione del matcha, oppure viene quando ci sono i laboratori giapponesi, eccetera.

Ma c’è una parte invece che si interroga e quindi arriva qui già motivata e cerca un approfondimento. Quindi l’architettura, lo zen, anche l’arte meditativa o la meditazione assumono già una connotazione più profonda.

Arigatou ragazzi!

Per info e prenotazioni: https://www.wabisabiculture.org/

Foto di Francesca Ciavarella

A proposito di Naturopatia

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Partiamo dal principio: chi è Francesca Panfili?

Sono una naturopata iridologa. Sono appassionata di benessere olistico e naturale e questo grande interesse mi ha portato a studiare la naturopatia, l’iridologia e lo yoga. Ho 30 anni e da quattro anni faccio questo lavoro a Gubbio e in centro Italia.

Francesca Panfili: naturopata e iridologa

Da Gubbio come sei arrivata ad operare nelle Marche?

Amo molto le Marche. Lì ho molti amici con cui condivido delle passioni legate al volontariato e attraverso il passaparola legato al mio lavoro, molti di loro iniziavano a venire in Umbria per le consulenze di naturopatia. Così ho deciso di andare io da loro, anche per la risposta positiva che ho trovato da subito con il mio lavoro in questo territorio. Le Marche sono una regione molto aperta al benessere olistico e alle discipline naturali. Fin da subito si è creata una  bella collaborazione con erboristerie e professionisti sul territorio che mi hanno dato la possibilità di lavorare in questa regione. Attualmente ricevo a Civitanova Marche e a Porto Sant’Elpidio.

Ricordi il tuo primo “vero” contatto con la natura? Eri una bambina?

Da bambina, grazie ai miei genitori, passavo molto tempo nella natura. Passeggiate nei boschi, escursioni ad alta quota e vacanze in montagna mi hanno sempre dato la possibilità di osservare la natura, i suoi ritmi e le meraviglie che offre. Da lì ho iniziato ad appassionarmi alle erbe; per un periodo della mia vita ho abitato vicino ad un bosco in collina e ho avuto un grande orto che per me era come un giardino, ricco di fiori, frutti, verdure e piante medicinali che ho iniziato a conoscere. Da questo contatto profondo con la natura, ho deciso di voler aiutare le persone attraverso l’utilizzo dei rimedi naturali.

Cosa significa la parola “naturopatia” e soprattutto cos’è?

Etimologicamente il termine naturopatia ha origine da natura e pathos: empatia con la natura, o meglio, sentire secondo natura. Nell’antichità la medicina si è basata proprio su questo assunto: ristabilire l’equilibrio del corpo attraverso i rimedi che la natura offriva, curando in armonia con essa. I primi naturopati, come Ippocrate, padre della medicina contemporanea, sono stati degli attenti osservatori della natura. Consideravano l’uomo come parte integrante dell’ambiente naturale in cui viveva. Dalla tradizione antica della medicina popolare, oggi la naturopatia è diventata una disciplina che unisce il sapere del passato alla ricerca e alla conoscenza scientifica attuale.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la naturopatia

enfatizza prevenzione, trattamento e promozione di ottima salute attraverso l’uso di metodi terapeutici e modalità che stimolano i processi di autoguarigione, come la Vis Medicatrix Naturae. L’approccio filosofico della Naturopatia include prevenzione delle malattie, stimolazione delle capacità curative innate del corpo, trattamento naturale dell’intera persona, responsabilità personale per la propria salute, ed educazione del paziente ad uno stile di vita salutare“.

Oggi la naturopatia utilizza diverse tecniche e metodologie non invasive per conseguire quanto l’OMS ha delineato: l’iridologia, l’alimentazione naturale, la floriterapia, la fitoterapia, le tecniche manuali quali la riflessologia plantare e molto altro.

Cosa ti ha attratto del mondo della naturopatia al punto di farne un lavoro?

Sicuramente la mia passione per l’uomo e la natura. La visione olistica che considera l’essere umano come un’unione di più fattori che integrano l’aspetto fisico, come la mente, le emozioni, i pensieri, l’ambiente in cui vive, il cibo di cui si nutre e molto altro. Tutto questo mi ha spinto a studiare e ad approfondire la naturopatia. In particolare l’iridologia che adotto durante le mie consulenze. Andare oltre la visione dell’uomo e della malattia confinata solo al corpo. Indagare l’animo umano, le sue sfaccettature, l’energia degli organi e le connessioni delle disarmonie che oggi chiamiamo malattie con l’interiorità di ognuno. Questo è ciò che mi intriga di più del mio lavoro. Poter aiutare le persone a stare bene attraverso un percorso di consapevolezza e responsabilità della propria salute è quello che mi ha spinto a fare della naturopatia il mio lavoro.

Chi si rivolge al naturopata e perché?

Le persone che si rivolgono ad una naturopata solitamente ricercano un approccio al benessere legato ad una visione olistica dell’uomo che tenga conto di una visione della salute integrata e basata su più fattori: stile di vita, alimentazione naturale, gestione dello stress e delle emozioni e molto altro. Le persone che seguo vanno dai bambini agli anziani, passando per le donne in dolce attesa. La naturopatia è una disciplina adatta a tutti che supporta il corpo e la mente, in accordo con la medicina ufficiale. Il naturopata professionista opera infatti in sinergia con il medico e pone in atto delle strategie che consentono alla persona di prendere coscienza della propria salute. In questo senso la naturopatia è una disciplina che mira ad educare le persone al benessere e alla prevenzione, come stabilito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Ti è mai capitato che dei medici si rivolgessero a te?

Si. Soprattutto ultimamente sto seguendo diversi medici e professionisti del settore della salute tra cui psicoterapeuti, infermieri, ostetriche e fisioterapisti. C’è sempre un bellissimo dialogo e confronto sui temi che sono di primaria importanza per la salute come l’alimentazione, la prevenzione primaria, lo stile di vita, l’utilizzo della fitoterapia e dei rimedi naturali per riportare in equilibrio il corpo e la mente, le pratiche di gestione dello stress e molto altro!

C’è un caso che ti ha dato particolare soddisfazione?

Nel tempo sono state molte le persone che mi hanno dato soddisfazione. Ogni volta che rivedo una persona motivata con cui ho iniziato un percorso di naturopatia e iridologia, posso notare subito tante differenze sostanziali che mi stupiscono sempre e che mi rendono soddisfatta. Vedere i cambiamenti nella luce degli occhi delle persone, la pelle più luminosa indice che il corpo ha iniziato a depurarsi, sentire i loro racconti quando mi dicono cosa cucinano, come è cambiata la loro quotidianità, vederle in armonia con se stesse è una delle mie più grandi soddisfazioni!

Voglio però raccontare il caso di una donna che mi ha colpito particolarmente. Lei soffriva da anni di depressione e su consiglio del suo psicoterapeuta è venuta da me. Dopo un lavoro sul suo intestino che le dava problemi da tempo, attraverso l’iridologia siamo riuscite ad individuare le cause profonde del suo malessere identificando i periodi della vita nei quali aveva avuto dei traumi emotivi importanti che lei non ricordava. Prendendo consapevolezza delle sue emozioni non ascoltate fino a quel momento, attraverso rimedi naturali, alimentazione consapevole e nuove abitudini introdotte nella sua vita, questa donna ha ritrovato la gioia di vivere. Ha saputo fare delle sue difficoltà un grande dono che l’ha fatta crescere e che è diventato di ispirazione per altre donne. Questa storia mi emoziona sempre!

Grazie Francesca!

Visita il sito: www.francescapanfili.com

A proposito di Tantra

Approfondimento dedicato al Buddhismo Tantrico, intervista a Ricky A. Swaczy

Theravada è una delle scuole sopravvissute delle 21 che si erano venute a costituire quando Buddha ha dato i primi insegnamenti, quindi parliamo dell’insegnamento originario. Mahayana è una branca che si forma successivamente, diciamo più complessa. Le scuole fra di loro sono suddivise poi in sette, movimenti. Ma la setta già all’epoca non aveva un’accezione negativa, semplicemente era “tu Buddha mi stai insegnando una cosa e io prendo questo”. Le sette hanno avuto anche una funzione importante, hanno mantenuto vivace la visione.

Quando Buddha dava gli insegnamenti, li dava a tanti livelli diversi. La differenza la facevano le persone che ascoltavano. Buddha insegnava in lingua pali, una lingua fantastica, meravigliosa, perché è molto melodica, però dovete immaginare che 2500 anni fa, quando si riunirono le prime assemblee che iniziarono a seguire il Buddha, c’erano migliaia di dialetti diversi, di lingue diverse in India. L’India non era definita come lo è oggi. Si espandeva dalla Persia fino alla Cina. Non so se lo sapete, ma la Mecca originariamente era un tempio dedicato a Shiva. Ritornando a Buddha, lui dava insegnamenti in pali, ma date le sue facoltà, quando un insegnamento arrivava alle orecchie delle persone che facevano parte delle assemblee, era già tradotto. Quindi ognuno capiva.

Si formò così l’Hinayana o “piccolo veicolo”, veicolo originario, il quale prevede che il praticante di meditazione imperni tutta la sua crescita spirituale su se stesso e quindi si distacchi dalla società, scelga la via monastica. Bisogna essere un monaco per giungere al risveglio. E cosa si fa? Si smette di nuocere agli altri, si pratica la meditazione e si coltiva anche la corretta visione, che fa parte ovviamente della struttura meditativa del piccolo veicolo. Però secondo le scuole successive, quindi Mahayana, “grande veicolo”, non si può raggiungere l’illuminazione se manca un elemento fondamentale: la compassione. La compassione nel buddhismo è desiderare la felicità degli altri.

Quando Gautama si è risvegliato, il suo primo pensiero è stato “non potrò mai trasmettere questa conoscenza all’uomo, io mi suicido”. Ma simultaneamente, nel momento in cui emerse, risvegliato, nacque in lui anche la grande compassione, quell’elemento fondamentale che dice “devo aiutare anche gli altri ad emergere”. Queste sono state le basi del Mahayana: buddhismo che si è espanso poi in Cina, Corea, fino in Giappone.

Il Chan, che diventa Zen in Giappone, non è la stessa cosa, è profondamente diverso. I praticanti di zen, nella loro essenzialità, sono stati dei rivoluzionari. Sono andati contro quello che era un sistema di tipo ecclesiastico che si era venuto a conformare anche nel buddhismo. Nel Giappone antico lo zen diventa quasi un movimento ribelle, iconoclasta, va contro tutto ciò che è l’iconografia classica del buddhismo, tant’è che quando viene rappresentato un Buddha, l’halo, che è quella sorta di aureola che hanno anche i nostri santi, viene tolta da sopra la testa e posizionata all’orecchio.

Lo zen, a differenza delle altre scuole, non presuppone insegnamenti, solo pratica di meditazione sulla base di un semplice principio: presenza mentale qui e ora. È lo status, è la natura. Lo devi semplicemente risvegliare. Questo processo avviene tramite la disciplina, tant’è che lo zendoka che cosa fa? Medita tutto il giorno; la sua meditazione è zazen, stare seduti. Se tu rientri in Cina, vai nel Chan, hanno una meditazione “around the clock”, “medito quando mangio, medito quando mi lavo i denti, medito quando cammino…” La meditazione è presenza mentale sempre.

Il Tantra invece è il movimento che sorge in India tra l’VIII e il XIII secolo; i suoi seguaci non solo sono iconoclasti, sono ribelli, sono anarchici sostanzialmente. Chi sono questi personaggi che fanno parte del movimento tantrico? Gli 84 Mahasiddha. Notai, accademici, prostitute, disabili, delinquenti, pesciaroli, falegnami, agricoltori, ce n’era di ogni sorta. Però loro erano al di là di quello che era la loro funzione o ruolo sociale. Questo sta a dimostrare anche che il tantra non necessariamente deve essere sovrapposto a un’immagine del sant’uomo o dell’uomo saggio. C’è proprio la dissacrazione totale.

Il Tantra poi è la conoscenza di tutta la struttura anatomica estremamente sottile, il corpo pranico, il corpo sottile. Come si acquisiscono queste conoscenze? C’è solo un modo. Bisogna iniziare a frequentare dei maestri. Il Tantra è dedicato soprattutto a quelle persone che lavorano sul piano energetico, piano meditativo profondo e trasformazione. Il Tantra è la trasformazione. Trasformare che cosa? La nostra visione ordinaria, dualista, che prevede sempre soggetto e oggetto, quindi una separazione. La comprensione che questo dualismo è illusorio. La fisica quantistica dice “we are one, our reality is an illusion”. Di cosa siamo composti? Atomi, particelle subatomiche… I quanti sono qui e al di fuori di noi. Lato A e lato B. Sono connessi.

E cosa passa in questo filo sottilissimo? Comunicazione. Che tipo di comunicazione? Ogni azione che tu compi qui, in questo istante, viene registrata simultaneamente, quindi in tempo reale, da un’altra parte. Sai quanti atomi compongono il nostro organismo? Sette miliardi di miliardi. Quanti quanti? Moltiplica e poi sparali nel multiverso. E che cosa siamo nella forma più sottile, a livello quantistico, dall’altra parte? Perché il lato A è qui e il lato B è là. Ma tu devi immaginarti che in questo istante si stanno emamando dal tuo corpo, quindi parliamo di materia, miliardi di miliardi di miliardi di fili sottili che comunicano con le particelle B sparate nel multiverso.

Polvere di stelle, pianeti, altre forme di vita? Questo non lo sappiamo. Allora quando io dicevo prima che, un conto è quello che noi pensiamo di essere, perché ci hanno insegnato che noi siamo “uno”, e un conto è quello che siamo realmente. La scienza oggi sta evidenziando che non siamo uno. Siamo tutto. Allora quando pensi a te stesso, prova a immaginare di essere la punta del polpastrello di questo corpo, di questo organismo. Quando questa punta di polpastrello, con il tempo, si consuma, idealmente muore. Ma non sta morendo. Muore solo la superficie, perché tu sei tutto. Il problema è che noi non riusciamo a comprendere questa condizione. Lì è la base per l’insegnamento del buddhismo.