Il palazzo segreto di Monte Rinaldo

Palazzo Giustinani: il gioiello "segreto" di Monte Rinaldo. Insieme al sindaco Gianmario Borroni andiamo alla scoperta di questo luogo luogo magico.

Il piccolo borgo di Monte Rinaldo ci accoglie quieto in un sabato pomeriggio autunnale dalle tinte grigie. Il panorama da questa piccola altura è spettacolare e apparentemente sconfinato. Attraversiamo una delle porte della città, lungo le mura che circondano l’abitato, e ci ritroviamo in una piccola piazza dalla conformazione allungata. Alle nostre spalle la Torre dell’Orologio che sorveglia placida i nostri passi, mentre raggiungiamo il Sindaco Gianmario Borroni che ci attende in Comune. Lo ringraziamo per averci dedicato un po’ del suo tempo e cominciamo a chiacchierare. Siamo qui per indagare sui segreti di Palazzo Giustiniani, un luogo che scopriremo stare molto a cuore al sindaco ed ai suoi concittadini.

Palazzo Giustinani: il gioiello "segreto" di Monte Rinaldo. Insieme al sindaco Gianmario Borroni andiamo alla scoperta di questo luogo luogo magico.

Partiamo dal principio: chi erano i Giustiniani?

Immaginatevi questo paese 300 anni fa, agli inizi del 1700. Un luogo a forte vocazione agricola essenzialmente, un po’ come tutte le zone circostanti. Una famiglia importante come quella dei Giustinani, proprietaria insieme ad un altro nucleo familare di quasi tutti i terreni del territorio comunale, era certamente un punto di riferimento. Come siano arrivati qui a Monte Rinaldo i Giustiniani di Venezia, non l’abbiamo ancora capito. Dovete sapere che questa famiglia era molto numerosa e ramificata.

Palazzo Giustinani: il gioiello "segreto" di Monte Rinaldo. Insieme al sindaco Gianmario Borroni andiamo alla scoperta di questo luogo luogo magico.

Seguendo le loro tracce a ritroso nel tempo, siamo giunti al 1707, anno in cui Raimondo Giustiniani venne registrato come primo nato a Palazzo Giustiniani. Questo ramo della famiglia presumibilmente proveniva da Fermo e immaginiamo che si fossero trasferiti qua per controllare delle proprietà presenti in questa zona. Sono vissuti qui fino ai primi dell’Ottocento e tra loro figuravano anche personaggi illustri, come Giovanbattista Giustiniani, uno studioso particolarmente stimato dal punto di vista giuridico. Ma col tempo la famiglia si andò perdendo.

A quando risale il nucleo del Palazzo? L’impianto del borgo è tipicamente medievale.

Il primo nucleo del paese è quello che sta un po’ più in alto, oltre la piazza. Questa è l’estensione in epoca successiva. Se guardi bene il palazzo ti accorgi che la facciata ha un andamento non regolare. Questo perché sono stati accorpati più edifici già esistenti per costituire un palazzo signorile unico.

Palazzo Giustinani: il gioiello "segreto" di Monte Rinaldo. Insieme al sindaco Gianmario Borroni andiamo alla scoperta di questo luogo luogo magico.

Ci addentriamo finalmente nel Palazzo. Prima di salire al piano nobile, ci avventuriamo nel seminterrato, armati soltanto delle torce dei nostri smartphone. L’inconfondibile odore di antico ci avvolge.

Da quanto tempo non è più abitato?

Il palazzo ha iniziato il suo declino nel ‘900; la famiglia Giustiniani non ha avuto eredi e quindi è passato ai Vecchiotti, una delle famiglie più importanti di qua. Successivamente ai cardinali, poiché neanche i Vecchiotti hanno avuto eredi. Gli ultimi ad abitare questo palazzo, due fratelli e una sorella, hanno vissuto qui negli anni ‘50/’60. L’ultima erede è morta nel ’93. Viveva al piano terra, non più nel piano nobile, e prima della sua morte è stato svenduto un po’ tutto quello che si trovava all’interno, senza che potesse intervenire nessuno. E il palazzo era vincolato già dagli anni ’70… Parliamo di mobilio, ma anche delle porte, degli stipiti. Praticamente è rimasto completamente vuoto.

Palazzo Giustinani: il gioiello "segreto" di Monte Rinaldo. Insieme al sindaco Gianmario Borroni andiamo alla scoperta di questo luogo luogo magico.

Immagino che fossero presenti arredi di pregio.

Un anziano mi diceva “Io da piccolo sono andato con mio padre, che lavorava i terreni della famiglia, e mi avevano fatto entrare in ‘quella chiesa’, insieme alla figlia della famiglia che era subentrata ai Giustiniani”. Si riferiva alla cappellina privata, che era tutta decorata e con un altare al cui interno erano conservati i resti di Santa Flora, successivamente spostati in un’altra chiesa. Tutti descrivono l’interno del Palazzo come un qualcosa di straordinario dal punto di vista del mobilio, degli arredi.

Quando è stato acquistato dal Comune?

Nel 2000. Dal 2014, nel giro di un paio di inverni, noi amministratori insieme ai dipendenti comunali, abbiamo provveduto a pulirlo, a svuotarlo un po’. C’erano ancora vestiti e oggetti della signora che ci abitava negli anni ’70. Quando lei è morta hanno chiuso le porte e via… Anche nel piano nobile c’erano degli oggetti che credo risalissero agli anni ‘60/’70, li avevano lasciati ammucchiati lì…

Palazzo Giustinani: il gioiello "segreto" di Monte Rinaldo. Insieme al sindaco Gianmario Borroni andiamo alla scoperta di questo luogo luogo magico.

Abbiamo pulito anche la parte dell’interrato dove c’erano le cantine. Sapevamo dall’elaborato progettuale del sisma che c’era una sola grotta e invece ne abbiamo scoperta un’altra, scavata nell’arenaria. Quella conosciuta ha una scalinata d’accesso che porta ad un vano quadrato situato sotto la piazza.

Palazzo Giustinani: il gioiello "segreto" di Monte Rinaldo. Insieme al sindaco Gianmario Borroni andiamo alla scoperta di questo luogo luogo magico.

L’altra invece l’hanno riempita di cose che dovevano buttare, poi quando negli anni ’70 hanno rifatto alcuni solai, presumibilmente per realizzare l’appartamento dove la signora sarebbe andata a vivere, il materiale di recupero l’hanno ammucchiato tutto nella stanza dove c’era l’accesso a questa grotta, della quale si intravede solo l’ingresso.

Da quanto ci state lavorando?

Abbiamo iniziato appena sono stato eletto. Tant’è che nel 2015 ci hanno finanziato un primo intervento col GAL. L’intento era quello di recuperare quantomeno una parte per farci degli eventi o comunque farlo rivivere e abbiamo effettuato un intervento sul piano terra, quindi piano piazza e il seminterrato, una parte. Ci abbiamo fatto gli impianti elettrici, sistemato la pavimentazione e abbiamo iniziato a farci gli eventi. L’ultimo è stato il 23 ottobre del 2016, una settimana prima della scossa del 30, che l’ha lesionato in maniera inevitabile e quindi…

Palazzo Giustinani: il gioiello "segreto" di Monte Rinaldo. Insieme al sindaco Gianmario Borroni andiamo alla scoperta di questo luogo luogo magico.

Quanti danni ha fatto il terremoto?

Lì la problematica è che c’è uno scivolamento della parete su Via Borgo Nuovo e poi i solai… Alcuni erano stati rifatti e non hanno avuto problemi. Altri invece hanno dei problemi strutturali dovuti anche all’incuria. Questi stanno lì da qualche centinaio d’anni… In più su qualche muro portante ci sono delle lesioni. Ce l’hanno ammesso a finanziamento per il piano opere pubbliche per 2.400.000€. Stiamo facendo la valutazione e probabilmente servirà qualche centinaio di migliaia d’euro in più. Devo dire che ha retto bene il colpo, pensavo seriamente che con la scossa venisse giù.

Palazzo Giustinani: il gioiello "segreto" di Monte Rinaldo. Insieme al sindaco Gianmario Borroni andiamo alla scoperta di questo luogo luogo magico.

Parlando di cultura, di beni culturali, qui, per essere un luogo così piccolo, ce ne sono molti. Ad esempio l’area archeologica La Cuma, importantissima… Perché portare l’attenzione su questo palazzo in particolare?

Al di là della sua centralità e del suo ingombro, più o meno è un quarto del centro storico, è fondamentale perché potrebbe rappresentare il centro di una ripresa delle attività sociali e culturali a Monte Rinaldo. Non lo dico tanto per dire, la realtà è che prima del sisma io avevo degli interessamenti da parte di alcune coppie di stranieri, ma anche di ragazzi del posto, che mi dicevano “come si potrebbe fare per vederlo?”, perché magari avevano visto qualche foto che postavo, altrimenti non lo conoscevano, non sapevano neanche che esistesse.

Dopo averlo visto immaginavano di aprirci un’attività ricettiva. Al di là di com’è fatto, comunque potrebbe essere un contenitore, un attrattore tale che per come siamo posizionati sulla valle, perla vicinanza con l’area archeologica, per le realtà tipiche della zona, pensiamo ai vini, potrebbe veramente richiamare a sé le attenzioni di turisti, ma anche di chi vive qua e che magari in 50 anni non ci ha mai messo piede e non si è mai chiesto com’è fatto questo palazzo.

Palazzo Giustinani: il gioiello "segreto" di Monte Rinaldo. Insieme al sindaco Gianmario Borroni andiamo alla scoperta di questo luogo luogo magico.

Nel 2016, prima che ci fosse la scossa, abbiamo fatto uno spettacolo nel seminterrato; siccome il piano nobile era difficilmente accessibile, su alcuni solai era meglio non andare, io non avevo consentito l’ingresso sopra. Però abbiamo pensato di illumiare le stanze visibili dalla piazza, lasciando le finestre aperte così che camminando era possibile scorgerne l’interno. Tanti mi fermavano e mi dicevano “ma quello quant’è che sta lì? L’avete fatto voi?” e io rispondevo “quello ci sta da qualche centinaio d’anni!”, quindi capisci che le persone non immaginano nemmeno quello che può essere.

Questa è stata un’idea intelligente, permettere alle persone di sbirciare dentro e stimolare la curiosità.

Immaginando la vita futura di quel palazzo, per com’è il piano a livello della piazza, potrebbe ospitare tranquillamente il Comune. Il piano nobile potrebbe essere dedicato ad attività culturali; potremmo ad esempio spostarci il museo e comunque è talmente grande che potrebbe ospitare delle mostre temporanee o qualsiasi altra attività. Mentre la parte interrata, il seminterrato, si presterebbe bene per delle attività ricettive.

In più la mia idea era quella di spostare il Comune perché il palazzo dove si trova ora, sistemato discretamente, ha retto il sisma bene, quindi non ha avuto danni. Potrebbe tranquillamenete ospitare almeno due o tre appartamenti per piano e di piani ne ha tre. Poi abbiamo gli abitativi lesionati dal sisma, due appartamenti e una casa, che potremmo sistemare velocemente se ci sbloccassero le risorse. Inoltre davanti a Palazzo Giustiniani c’è Palazzo Fossi per il quale la settimana scorsa siamo stati finanziati per eseguire l’intervento in sostituzione delle SAE, quindi per trattenere qui le persone creando altri tre appartamenti. In una situazione post sisma ormai consolidata, io potrei avere 10/15 appartamenti qui, da concedere ad un canone agevolato, o comunque, qualora non riuscissi potrei farci un albergo diffuso cercando di coinvolgere proprietà private.

Un’operazione del genere rivitalizzerebbe il paese. Le persone sono attratte da queste cose. Attirerebbe anche molti stranieri.

Dobbiamo considerare che un paese come questo, pensando all’età media dei residenti, fra 10/15 anni più o meno potrebbe essere vuoto a livello di centro storico. Si è svuotato lentamente nel corso degli anni…

Tu hai qualche ricordo legato a questo palazzo?

Mio padre lavorava in Comune, io ho svolto il Servizio Civile nell’anno in cui lui ha smesso di lavorarci. In quell’anno ho fatto una ricerca sui beni culturali del territorio comunale, dato non c’era una raccolta di informazioni che un monterinaldese potesse almeno leggere per conoscere cose che non sapeva. In quel periodo frequentato molto il Palazzo, parliamo del 2005/2006.

Un passaggio importante è stata la ricerca sulla famiglia Giustiniani; andai all’archivio parrocchiale e all’archivio di Fermo per cercare di reperire informazioni e nel dicembre del 2015 ebbi la fortuna di partecipare ad un evento a Roma a Palazzo Giustinani, che è praticamente la parte posteriore di Palazzo Madama. In quell’occasione la famiglia Giustiniani riunì tutti i Giustiniani d’Italia, tra i quali era stato invitato il Comune di Monte Rinaldo come proprietario del Palazzo Giustiniani. Un evento molto interessante per me, folgorante. Come è stato folgorante vedere l’annuncio di vendita del palazzo nel sito di un’agenzia immobiliare a 400.000€. Credo che ci sia ancora, li abbiamo anche segnalati per pratica illecita. Queste sono un po’ le tappe che mi hanno legato al Palazzo.

Quindi si capisce perché te lo sei preso a cuore. Conosci qualche aneddoto, qualche storia legata a questo palazzo?

Ti dico quello che ho trovato io. Era il 1799 e al palazzo, insieme a Carlo Giustiniani e alla moglie Francesca Porfiri da Camerino, dimoravano anche i genitori di Francesca. Periodicamente veniva a trovarli Fra Bartolomeo Menocchio, che era l’assistente apostolico del Papa. Andava a Fermo e poi sostava qui. Quell’anno ci è rimasto per mesi, tant’è che c’era un continuo andirivieni di persone che passavano a trovare questo frate, che nel 1799 ha poi celebrato la funzione religiosa di consacrazione della Chiesa del Santissimo Sacramento e Rosario. Questa cosa mi ha colpito perché parlandone con una persona un paio di anni fa, mi chiese se fosse davvero questa la figura che veniva a Monte Rinaldo. Non riusciva a crederci, perché comunque si trattava di un personaggio di spicco. Quindi capite che questa famiglia Giustiniani un certo peso ce l’aveva.

Grazie Gianmario!

Uscendo da quelle mura vetuste, portiamo con noi le immagini impresse nei nostri occhi e nei nostri cuori di tanta preziosità celata e dormiente, in attesa del soffio vitale che la restituirà all’umana attenzione. Salutiamo il Sindaco e la sua Monte Rinaldo, un piccolo gioiello della Marca da scoprire.

Visita il sito del Comune di Monte Rinaldo, la sua pagina Facebook e quella della Pro Loco di Monte Rinaldo per saperne di più”

La fotografa di sogni

Consiglio per te: bevi un bicchiere di vino rosè, mangia una pizza e ascolta Yann Tiersen mentre leggi questo articolo

Intervista a Francesca Ciavarella

Chi è Francesca Ciavarella?

È un essere che esiste da 27 anni e che nonostante a livello scolastico abbia avuto una formazione sempre tecnica, ha scelto poi di abbandonarla e seguire una scia più libera. La mia vicinanza alla fotografia è nata da una mancanza, in questo caso per un periodo di tempo, della vista. Non totalmente, ma arrivata quasi ai minimi partendo dai massimi. Non vedere bene, la possibilità di non vedere più qualcosa o qualcuno che amo, i miei libri, per me è stato il dolore più grande. Quando sono guarita, ho coltivato la fotografia come se volessi lasciare agli altri testimonianza di quello che addento con gli occhi, per paura di non poterlo fare più. E ce l’ho fatta, ho inseguito il mio sogno e adesso fotografo per lavoro. Ora tutti possono ricorrere alle mie immagini che raccontano dei momenti che non tornano più, ma che vivono proprio in quella carta che stringono nelle mani. Da bambina desideravo volare, ma non è anche questo un potere grandissimo?

Francesca Ciavarella, giovane fotografa di Ascoli Piceno che con la sua arte crea sogni e fa sognare con il suo progetto "Sleepers".

Da dove sei partita?

Mi sono diplomata come geometra. Scelta fatta secondariamente all’artistico, perché la mia prima “arte” è stata il disegno. Dipingevo, disegnavo… Poi, in quei 5 anni, ho capito che il disegno tecnico mi obbligava a rispettare delle regole, dei limiti. Io impazzivo. Puntualmente disegnavo, ma nel frattempo trasformavo tutto e dovevo buttare e rifare daccapo! Successivamente ho scelto di studiare Design del prodotto all’università, cosa che si è rivelata molto utile per impare a costruire i set, ad accostare bene gli accessori; mi ha aiutato a sviluppare un gusto. Quindi mi sono laureata alla triennale, per poi cominciare l’Accademia di Belle Arti a Macerata. Facevo già la fotografa, ma integrare e completare il mio profilo non sarebbe stato male, per questo mi sono iscritta al corso di Grafica. Questo mi ha permesso non solo di riuscire a fare una foto, ma anche ad integrarla ad un impaginato e a comporre autonomamente tutta l’immagine.

Quindi la tua più grande difficoltà è essere “inscatolata” in un qualcosa di definito. Quant’è importante il lato emozionale di quello che fai?

Totalmente. Se la scena che ho di fronte non ha effetti su di me non riesco neanche a fotografare. Riesco soltanto se è ben presente la componente emotiva. Per questo non posso collocarmi in certi settori della fotografia.

Francesca Ciavarella, giovane fotografa di Ascoli Piceno che con la sua arte crea sogni e fa sognare con il suo progetto "Sleepers".

Pensi di riuscire a trasmettere le tue emozioni tramite uno scatto?

Quella è la mia intenzione. Per ora sembra di si! È sempre un dubbio, posso vedere qualcosa e cercare di comunicarlo, ma a volte non è facile. Finora credo di essermi mossa nella direzione giusta.

C’è mai stato qualcosa o qualcuno che ti ha ispirato o hai sempre seguito l’istinto?

Una volta sono entrata in una libreria a Macerata e ho visto una foto su una copertina di un libro, sai di quelle brutte, che ti dici “ma perché quella foto bellissima è su una copertina con quella grafica tremenda?”. Sembrava quasi dipinta. Allora ho aperto il libro per cercare il nome dell’autore della foto. Si chiama Anka Zhuravleva, è una fotografa russa che vive in Portogallo e che poi ho conosciuto perché ho seguito un suo corso a Roma. Ricordo che mentre lei parlava io stavo lì intontita a guardarla lavorare. È stata una fonte d’ispirazione, soprattutto perché mi ha fatto capire cosa non mi piaceva nelle mie foto.

Cosa non ti quadrava?

Le guardavo e mi dicevo “sì, ok, ma che sto dicendo?”. Ho iniziato a lavorare su un progetto che è la Melancholia, poco prima di incontrare lei. Raccontavo delle storie della mia vita attraverso degli oggetti, quindi creavo un set, una mini storia fatta più o meno di 10 foto, in cui affrontavo un tema. Ho parlato della mancanza, di un momento di rabbia tremenda… tutto legato ad attimi di vita. Le composizioni erano belle, c’erano gli accessori giusti, ma nonostante l’impegno ancora mancava qualcosa. Allora andai da questa fotografa, vergognandomi tantissimo. Avevo stampato un libro con tutte queste foto e gliel’ho mostrato. Inaspettatamente le piacquero veramente tanto e mi disse “continua su questa strada, prova il colore”.

Io non capivo. Nelle mie foto c’erano i colori, però erano scelti a caso, secondo un mio gusto. Poi ho capito cosa intendeva. La cosa che avevo in comune con lei era il fatto che prima di essere fotografa era una pittrice, quindi riusciva ad usare le stesse regole della pittura nella fotografia. Attraverso lo studio del colore, dei colori complementari, lei riesce a staccare i soggetti dagli sfondi, facendo sembrare le foto dei veri e propri quadri. I neri, che non esistono, diventano quasi grigi, è tutto molto pittorico. Allora mi sono detta “a me piace questa direzione, però devo trovare un mio modo, non posso fare le foto come lei”. L’unica scelta che avevo era di continuare comunque con il mio modo di lavorare, seguendo quindi dei racconti di vita, seguendo degli episodi, mai a caso, portando avanti però questo studio del colore: l’abito accostato ad uno sfondo, il colore dei capelli della ragazza abbinato ad un accessorio… Ci sto ancora lavorando, però ho visto un cambiamento sostanziale dalla prima foto che ho fatto.

I soggetti che preferisci?

Solitamente scelgo sempre volti molto delicati. Per il tipo di foto che faccio i canoni di bellezza moderni non funzionano, quella che è la moda attuale non ha senso. Penso piuttosto ai quadri d’epoca, a quei volti aggraziati. Proprio quella grazia deve essere presente nella fotografia per me. La scelta dipende dall’idea che mi viene in mente. Sicuramente non seleziono i volti in base alla bellezza, scelgo quello adatto. Per esempio, se volessi rappresentare un pesce che si trasforma in donna e esce dall’acqua, quindi esce dalla sua bolla, sceglierei delle particolari caratteristiche: gli occhi un po’ più tondi, gli zigomi un po’ scavati… Particolari che ricordano, evocano la figura a cui mi sto ispirando. A volte fermo anche persone per strada, senza conoscerle. In realtà se trovo l’occasione, mi viene in mente l’idea al volo!

Francesca Ciavarella, giovane fotografa di Ascoli Piceno che con la sua arte crea sogni e fa sognare con il suo progetto "Sleepers".

Cos’è un Luogo per te?

Il luogo per me è fondamentale. Ci metto mesi a cercarlo. Utilizzo sempre lenti che non fanno sparire lo sfondo, ma lo mantengono insieme al soggetto. In questo modo è possibile riconoscere dove ho scattato la foto. Il luogo che io scelgo è la base della mia narrazione. Tutto quello che c’è nella foto ha un senso.

Quindi se tu dovessi dare una definizione di luogo?

L’essenza. Per dirti, non riesco a fare una foto di paesaggio senza che ci sia qualcuno davanti. È il contesto. È il luogo che mi sta parlando, più del soggetto. Da solo però non funziona, quando accosto l’elemento umano si ricrea la storia.

Le immagini che tu crei, per quanto mi riguarda, hanno qualcosa di onirico. Ti ci riconosci? Che rapporto hai col sogno?

L’ultimo progetto a cui sto lavorando si chiama proprio “Sleepers”, in cui il sogno viene percepito di gesti dei soggetti fanno. Loro stanno dormendo, però se in quel momento il soggetto ha una barca in mano, è perché sta sognando di essere al mare. Se tiene una chiave gigante probabilmente sta sognando di aprire una porta e dietro sicuramente ci sarà un portone gigante. Quello su cui insisto però è che sia sempre tutto reale. Non aggiungo niente in post produzione, tutti gli oggetti, giganti, piccoli, strani, assurdi, improbabili, banali, qualsiasi cosa è sempre reale. Quindi viaggio, cerco proprio posti e oggetti che mi servono. Quando decido non c’è un’alternativa, un posto deve essere quello che voglio, come gli oggetti.

Gli oggetti son sempre simbolici.

Che rapporto hai con gli oggetti?

Mi lego molto alle cose in realtà, sono una poersona molto materiale. Ovviamente per le foto all’inizio acquistavo tutto o costruivo, poi per mancanza di tempo, o comunque mancanza di spazio, perché effettivamente non so più dove mettere tutto quello che mi occorre, li affitto, li chiedo in prestito e un po’ mi pesa darli indietro, ma perché so che sono delle cose particolari di cui ho bisogno. Vorrei poter tenere tutti questi oggetti, ma è impossibile. L’unica cosa che ho acquistato e che poi ho tenuto è il grammofono.

A proposito di grammofono, pensi mai di essere nata nell’epoca sbagliata?

Sì, sempre! E piango, piango tantissimo! È proprio un dramma, non mi sento in linea con niente di quello che vedo e sento adesso, mi fa rabbia tutto.

Qual è l’epoca ideale?

Gli anni ’20. Dai ’20 ai ’40. Poi l’estate del ’50! (ride)

Perché?

Sempre per un discorso legato all’eleganza. Vorrei che si fossero mantenute un po’ la sobrietà e l’estetica che c’erano allora nella moda femminile e maschile. Adesso non potrebbe mai colpirmi un uomo con i risvoltini! Magari esco, vedo un uomo in cappotto con il cappello e dico “wow, un eroe!” e probabilmente quell’eroe ha 97 anni. Io non riesco a trovare un’affinità in questo senso con un ragazzo moderno. Poi l’utilizzo estremo del make-up, che deforma e appesantisce i volti invece di esaltarne la bellezza… Anche per quanto riguarda il mio abbigliamento, io compro tutto online o ai mercatini. Nei negozi è raro che riesca a trovare qualcosa, rarissimo.

Francesca Ciavarella, giovane fotografa di Ascoli Piceno che con la sua arte crea sogni e fa sognare con il suo progetto "Sleepers".

La situazione più bizzarra in cui ti sei ritrovata?

Dovevo andare a fare delle foto ad una ragazza in una villa in Abruzzo. Indossava un vestito rosso elegantissimo e teneva un grammofono in braccio, per evitare che con l’auto in movimento si rompesse scivolando sui sedili. Ci hanno fermato casualmente i carabinieri; è stato difficilissimo spiegargli che non andavano a un gran gala o a mettere la musica da qualche parte. E soprattutto spiegare che il grammofono non era un mezzo di intrattenimento, ma un accessorio! Oppure i turisti che ti fotografano in giro mentra stai facendo qualcosa di particolare. Una volta mi hanno seguito mentre realizzavo le foto per Alice a Grottammare; stavo facendo degli scatti dove c’era il Bianconiglio che saltava da una via e lo dovevo immortalare in volo. Questi turisti si mettevano dietro di me e facevano le foto!

La cosa che odi di più quando lavori?

I tentativi di approccio. Spesso mi è capitato che vecchi clienti mi dicessero cose tipo “le tue foto sono bellissime, come te” o comunque tentativi di approccio banali e infimi. Magari poi non vieni presa seriamente come potrebbe esserlo un uomo.

Come ti vedi da qui a 10 anni?

Spero con non troppi gatti! (ride)

Da qui a un anno?

Non lo so, probabilmente adesso non cambierei niente. Sto bene, ho raggiunto un equilibrio anche nei rapporti con le persone. Lavorativamente vorrei puntare sulla vendita di fotografie alle case editrici per le copertine di libri. Quello sarebbe proprio lo scopo finale di quello che faccio, il massimo per me. Essendo appassionata di lettura, credo che l’unico legame che potrei avere con il mondo commerciale è proprio quello con l’editoria, sopprattutto per il mio modo di comunicare.

Il tuo paradiso terrestre personale?

Le librerie. E i supermercati! Perché sono una maniaca dell’ordine. Tutto preciso, in scatola, ordinato… (ride)

Grazie Francesca!

Segui Francesca Ciavarella: http://francescaciavarella.it/

Autunno giapponese. Le Marche che non ti aspetti.

Consiglio per te: assapora un tè sencha mentre leggi questo articolo e ascolta musica Shakuhachi.

San Ginesio: il “balcone dei Sibillini”. Un borgo meraviglioso, antico, ricco di arte, di storia, di storie. Un panorama mozzafiato tutto intorno, i monti azzurri che fanno bella mostra di sé e salutano questo vecchio amico, duramente colpito dal maglio del sisma.

Un luogo che deve essere raggiunto, non è certo di passaggio, e che una volta scoperto riserva innumerevoli sorprese. Ma ce n’è una in particolare, che colpisce per il suo essere assolutamente insospettabile in questo territorio. Quando scoprii per la prima volta l’esistenza di questa “bolla spazio-temporale” rimasi assolutamente esterrefatta ed estasiata ed ora eccomi qui, ad attraversare di nuovo quel cancello e ad immergermi nell’atmosfera magica di Wabi Sabi Culture.

L'antico Giappone tra i Monti Sibillini: alla scoperta di Wabi Sabi Culture, un ryokan giapponese e tempio zen a San Ginesio, nelle Marche

Circondate da una fitta vegetazione, ci immergiamo in un angolo di Giappone antico che disorienta ed incanta. Ad accoglierci sopraggiunge Serenella, la “padrona di casa” insieme al suo compagno di vita Ricky, che ci invita ad entrare nel ryokan per chiacchierare sedute sui tatami degustando un ottimo tè giapponese.

Mentre mi guardo intorno nuovamente incantata, chiedo: chi sono Serenella e Ricky?

Serenella: io sono una curiosa. Sono una ricercatrice. Sono una che segue l’estetica, sono molto influenzata dall’estetica. Per me, come diceva Platone, “il bello cura”. E quindi sono anche un po’ “dipendente” da questa cosa. Poi sono anche non convenzionale come persona e questa cosa l’ho proprio voluta costruire fin da ragazzina. Non mi è mai piaciuta l’omologazione e quindi mi batto per questa cosa. Che non è il culto della personalità; io seguo il buddhismo, per cui non è quella roba lì, però è un’identità di carattere. Poi sono molto vicina a tutto quello che è ecologia, natura, ambiente, animali… E tu Ricky?

Ricky: non sono! Essere è solo una percezione ordinaria. Noi siamo percezione ordinaria. Ovviamente parlo di zen, di dharma.

E il centro Wabi Sabi? Com’è nato?

Ricky: non è nato “ah, sai cosa facciamo? Siccome ci siamo messi da parte un po’ di soldi in banca, dopo 30 anni di lavoro, facciamo il B&B alla giapponese”. Noi facevamo un tipo di lavoro per cui il nostro pensiero era orientato verso i nostri clienti e verso la creatività; abbiamo fatto i direttori creativi per 30 anni.

Pubblicità giusto?

Ricky: si. Diciamo che è stata una sorta di “eruttazione” violenta che ci ha “buttato” dentro al buddhismo in particolare; questo è successo nel ’96, quindi stiamo parlando di più di 20 anni fa. Ci sono voluti, dal ‘96 al 2003, anno in cui abbiamo acquistato la proprietà, molti anni per comprendere che cosa dominasse nella nostra vita.

Se la tua vita è permeata, dominata dal lavoro che stai facendo, è inevitabile che tu vada in quella direzione. Ipotizza però, cosa che a noi è successa realmente, che dal giorno alla notte ti arrivi una saetta sulla testa e che tu di colpo veda delle cose che prima non vedevi e ti cominci quindi a interrogare. Ti dici “perché fino ad ora non ho visto tutte queste cose? Perché ero impegnato a farne delle altre”. Molto semplice. Ma nel momento in cui tu vedi, non puoi più chiudere gli occhi. Ormai hai già visto. Ti rimane impresso nella mente. Questa è la conoscenza. La conoscenza non la puoi togliere, rimane.

Quando accadono queste cose, queste illuminazioni, immagino sempre la sfera sul piano inclinato. Magari sta lì in bilico per molto tempo, ma quando parte poi…

Ricky: perfetto, hai fatto un esempio calzante. Tant’è che è partita, non si è più fermata e ancora adesso non è ferma.

Quindi siete in evoluzione.

Ricky: sì, è un processo costante di evoluzione. Questo centro, nella nostra visione, nasce inizialmente come luogo dedicato alla meditazione. Ciò che ci ha fatto cambiare idea, parzialmente in realtà, è stato il giorno in cui l’abbiamo inaugurato. Era la fine del 2009 e sono arrivate 800 persone qui. Si era sparpagliata la voce in tutte le Marche. Quando è finita ci siamo detti “forse dobbiamo aprirlo a tutti”. È così che è nato poi il ryokan da una parte e meditazione, zen, buddhismo dall’altra. Ci sono persone che vengono per l’aspetto culturale, per esempio per i laboratori di calligrafia, per la cerimonia del tè, per la parte che riguarda diciamo le arti meditative dello zen e poi per la meditazione vera e propria.

Serenella: la cosa bella è che quando le persone scoprono la frequenza di questo luogo e si ritrovano, poi diventa una comunità. Che è quello che volevamo fare dall’inizio. Quindi paradossalmente l’idea primordiale, che era quella di aprire un luogo legato ai meditatori, sarebbe stata un’idea limitata. In questa maniera, invece, magari vengono persone che sono lontane da questi concetti, ma essendo questo un luogo che rappresenta proprio la sintesi della meditazione, in cui tutte le cose sono state fatte con un intento di concentrazione, una logica, un amore, una dedizione, si interessano, capiscono che c’è un’energia diversa. Questo aspetto a me personalmente piace moltissimo, perché li vedi arrivare in un modo e se ne vanno in un altro.

Ricky: la cosa che più spiazza è che ovviamente c’è una parte, se vuoi, di superficie di questo luogo, che è il ryokan, quindi le persone si aspettano che ci sia l’accoglienza classica. Ti do le chiavi della stanza, ti faccio il check in, arrivederci e grazie. No. C’è un minimo di condivisione, c’è l’offerta del tè, con chi è interessato approfondiamo un po’ l’aspetto dell’architettura, dello zen, eccetera. Ci sono persone che vengono perché vogliono passare un weekend di relax, ma ci sono anche molte persone che vengono perché hanno amore per il Giappone, sono stati in Giappone e prolungano la vacanza qui, oppure sono in preparazione perché stanno per andare.

L'antico Giappone tra i Monti Sibillini: alla scoperta di Wabi Sabi Culture, un ryokan giapponese e tempio zen a San Ginesio, nelle Marche

E i giapponesi cosa ne pensano?

Ricky: abbiamo avuto delle grandi soddisfazioni. Ciò che li entusiasma è la combinazione dell’architettura rurale italiana con quella Giapponese. Sono venuti massimi esperti di case antiche giapponesi, di cerimonia del tè, di ryokan giapponesi. Adesso ce n’è stato uno che è venuto da noi e ha fatto 30 ore di volo da Tokyo per stare una notte, perché voleva toccare con mano questo luogo che aveva visto in televisione. Abbiamo anche ricevuto una delegazione di coltivatori e produttori di tè verde. In questo centro culturale abbiamo due stanze tradizionali per la cerimonia del tè; come anticamente si svolgeva in Giappone nei piccoli villaggi nell’epoca Edo, anche qui avviene la stessa dinamica.

Questa struttura in origine che cos’era?

Ricky: era così come tu la vedi, fatto salvo che erano tre case di campagna.

Epoca?

Serenella: questa qui era la casa del fattore di una famiglia ricchissima che aveva 1500 poderi con case coloniche. La parte più antica di questa casa risale al Cinquecento.

Ricky: questo luogo è stato concepito per essere autosostenibile ed ecosostenibile, quindi a bassissimo impatto ambientale. Abbiamo utilizzato delle tecnologie per evitare di inquinare, facendo sì che tutte e tre le case siano sostanzialmente a impatto zero. Per esempio abbiamo una caldaia a condensazione che emette vapore acqueo. Tutto questo per creare un luogo che fosse un luogo di comunicazione di un certo stile di vita, ma anche di un certo modo di interpretare l’architettura.

L'antico Giappone tra i Monti Sibillini: alla scoperta di Wabi Sabi Culture, un ryokan giapponese e tempio zen a San Ginesio, nelle Marche

Cosa vi ha portato qui a San Ginesio?

Ricky: non ci siamo arrivati noi, sono i buddha che hanno deciso di aprire le porte qua! (ride)

Noi siamo arrivati qua sulla scia del karma. Quel giorno avevamo visto quattro case, questa era l’ultima, non ci volevano neanche portare perché han detto era urbanizzata, vicino al borgo. Siamo entrati qui e abbiamo detto subito “ok, va bene”. Neanche il terremoto ci ha fermato. Anzi, dal terremoto in poi abbiamo avuto un incremento. Noi siamo uno dei pochi edifici che non ha avuto danni. Abbiamo utilizzato gli stessi materiali che si usavano in antichità, quindi calce, che lega con la pietra e fa corpo unico.

Poi abbiamo usato anche degli accorgimenti, per esempio la maggior parte delle case, soprattutto questa che è la più grande, è avvolta da un rampicante giapponese che ha delle “manine” che si vanno ad attaccare sulla pietra e, credimi, quando c’è una scossa di terremoto tutto serve. Quindi il telaio interno, la calce che aderisce sulla pietra, l’abbraccio esterno delle piante, tutto quanto fa.

Questo è molto interessante, un fatto da studiare e da condividere.                                        

Ricky: certo. Ci vorrebbe il supporto di un ingegnere che studi il nostro caso e traduca ciò che noi abbiamo fatto istintivamente in numeri. Questo è quello che concerne la parte, se vuoi, strutturale.

Poi ti posso dire anche che qui abbiamo delle protezioni grandi, parlando dell’aspetto mistico. A seguito del sisma una delle tre statue che era qui al tempio si era rovesciata, non ha avuto danni, però ci ha costretto a riaprirla, a fare un endoscheletro e a rinforzarla in maniera tale che resistesse anche alle onde d’urto. Quindi, siccome nella tradizione tibetana, le statue quando vengono consacrate vengono riempite completamente di sostanze, di testi sacri, di reliquie e, già aveva avuto una consacrazione nel 2012, successivamente al terremoto abbiamo invitato questo Lama tibetano, chiedendogli se potesse sigillare la statua e consacrarla di nuovo. E lui ci ha fatto un dono, siamo unici in Italia ad avere delle preziosità così, perché ha portato delle reliquie del Buddha storico, di Buddha Shakyamuni, che sono contenute all’interno di una di queste statue.

Quindi il luogo se vuoi ha ancora più energia da questo punto di vista. Tra l’altro questo non è un tempio di buddhismo classico, è un tempio di buddhismo legato alle vie del Tantra, una disciplina estremamente energetica, potente. La caratteristica di questo tempio in particolare è l’espansione dell’armonia. Anticamente si dice in Tibet che questi buddha si manifestano laddove devono pacificare il territorio.

Come avete selezionato gli oggetti che si trovano qui?

Ricky: devi sapere che il nostro lavoro ci ha portato a viaggiare moltissimo. Nord America, Inghilterra, Olanda, Francia, India… Siamo ricercatori sostanzialmente, quindi preparare un viaggio di ricerca in Giappone per acquistare le cose che ci servivano per noi è stato uno spasso. Noi non eravamo mai stati in Giappone e abbiamo deciso di andarci d’emblée, proprio di punto in bianco. Abbiamo programmato un mese e grazie anche a tutto ciò che è reperibile online, abbiamo fatto tutto il nostro programma con particolare attenzione alle mostre-mercato dell’antiquariato, una importantissima a Kyoto che c’è ogni seconda-terza settimana del mese con più di 1500 espositori, altre a Tokyo e a Osaka. Avevamo un’idea precisa di come doveva venire qui. I tatami, il bagno giapponese, le stoffe antiche…

Serenella: poi la cosa interessante dei giapponesi è che dal punto di vista del commercio sono degli scaltri mercanti, come tutti gli asiatici, però valutano la competenza di chi richiede. Se tu hai solo i soldi per pagare e non hai la conoscenza, non vendono. È proprio una questione di orgoglio culturale giapponese. Se invece capiscono che dietro non c’è la brama di possedere qualcosa, bensì l’intenzione di trasmettere un messaggio positivo di apprezzamento culturale e condivisione, le cose cambiano.

Da quando siete partiti le cose sono andate come volevate?

Serenella: io penso che noi non avessimo un’idea precisa di come doveva andare…

Ricky: per noi era un salto nel vuoto, nel vero senso della parola. Credere totalmente. Ti posso dire che per questo luogo ci siamo tolti di tutto, perché abbiamo passato anni anche di grande austerità.

Serenella: queste esperienze servono a vedere quanto credi in quello che stai facendo. La fatica di mantenere il proposito. È la motivazione che ti da la possibilità di esprimere dei progetti che possono finalizzarsi in una maniera concreta oppure no. Molti abbandonano.

L'antico Giappone tra i Monti Sibillini: alla scoperta di Wabi Sabi Culture, un ryokan giapponese e tempio zen a San Ginesio, nelle Marche

Ma per voi un Luogo che cos’è?

Serenella: per me un luogo è un’esperienza.

Ricky: un luogo è uno stato mentale. È uno stato della mente, perché come lo definisci “luogo”? Dove ha origine un luogo? La percezione viene dall’analisi e l’analisi viene dalla mente. Quindi non c’è un luogo fisico, ma è uno stato della mente dove ci andiamo a posizionare. Tant’è che lo stesso luogo, questo per esempio, puoi sperimentarlo in una certa maniera a seconda del tuo stato mentale. Per noi che seguiamo un certo tipo di percorso di conoscenza essere a contatto con una moltitudine di persone, che possono avere un impatto positivo, ma alcune anche negativo, va bene. Ci aiuta a comprendere la diversità.

Secondo voi c’è una sorta di risveglio in atto nelle persone?

Ricky: più che un risveglio c’è una sensibilizzazione, non ancora una presa di coscienza. Una sensibilizzazione per la quale hanno cominciato a comprendere che c’è qualcosa che non funziona nella società. E allora questo porta a scandagliare qualche nuova risorsa per comprendere se è solo un’impressione oppure c’è qualcosa di diverso. È ovvio che nella totalità delle persone che vengono in questo luogo, una parte viene perché ha desiderio semplicemente di consumare un’esperienza giapponese, quindi dorme, fa il bagno giapponese, magari fa la degustazione del matcha, oppure viene quando ci sono i laboratori giapponesi, eccetera.

Ma c’è una parte invece che si interroga e quindi arriva qui già motivata e cerca un approfondimento. Quindi l’architettura, lo zen, anche l’arte meditativa o la meditazione assumono già una connotazione più profonda.

Arigatou ragazzi!

Per info e prenotazioni: https://www.wabisabiculture.org/

Foto di Francesca Ciavarella

Una “Terra di Mezzo” a Dragone

Un’azienda agricola e le sue radici, i suoi progetti, la sua umanità

In una splendida giornata di autunno ci accingiamo a raggiungere la Terra di Mezzo. No, non stiamo cercando di materializzarci in un libro di Tolkien, anche se il nome della località verso la quale ci stiamo dirigendo non può che scatenare un immaginario fantasy: Dragone di Montedinove.

Azienda agricola Terra di Mezzo di Stefano Galli a Dragone di Montedinove

Quella che stiamo per visitare è un’azienda agricola decisamente particolare, che senza dubbio ci riserverà qualche sorpresa. Ad accoglierci è il suo titolare, Stefano Galli, che con la sua tenuta da lavoro ci mostra immediatamente il suo volto più autentico. Per incontrarci ha lasciato momentaneamente la raccolta delle olive, in un terreno vicino che successivamente visiteremo. Immediatamente mi tolgo la curiosità di capire l’origine del nome della sua azienda: “Terra di Mezzo”.

Ci troviamo praticamente ai confini di tre comuni e due province. A livello “macro” stiamo tra i monti e il mare, circa a metà strada. I comuni di riferimento sono Montalto, Montedinove e Montelparo. Il nome “Terra di Mezzo” gliel’ho dato prima di conoscere Il Signore degli Anelli, Tolkien me l’ha copiato! (ride)

Chiacchierando scopro che la storia di quest’azienda, come spesso accade, è strettamente intrecciata con quella della famiglia di Stefano. Si risale addirittura al 1500, al tempo in cui l’agricoltura serviva essenzialmente a sostenere i bisogni della famiglia e degli animali.

Nel ‘500 si lavorava in maniera molto diversa, perché l’obiettivo di ogni famiglia era quello di arrivare alla fine dell’anno col maiale in salute. Quello era l’obiettivo. E quando ammazzavi il maiale avevi la vita assicurata per l’anno successivo. Lo scopo del “gioco” era la sopravvivenza.

E poi cos’è successo?

Nel ’71 i miei nonni paterni si spostarono qui, comprarono questo appezzamento di terra e in un certo senso cambiarono modello produttivo, perché là si faceva agricoltura di sussistenza, che era un’agricoltura tipica degli anni pre “rivoluzione verde”. Ci fu così un primo abbandono delle campagne, le bestie vennero sostituite dalla meccanica e si cominciò a seguire una monocoltura generalmente. Nel nostro caso vite e pesche, che venivano mandate ai mercati del nord Italia e del nord Europa.

Per 20 anni questa è stata una fonte di reddito non indifferente, fin quando è arrivata la cosiddetta globalizzazione. Le pesche hanno imparato a coltivarle anche in Spagna, in Marocco, in Grecia. La Campania che prima non aveva grosse quantità, ha iniziato a metter giù impianti a non finire, fino a quando non è esplosa la bolla. Qui a marzo avreste visto tutto rosa, con tutti i peschi fioriti. Oggi ci sono appena una cinquantina di piante. E allora c’è stato il secondo abbandono, la fuga, e chi è rimasto si è dovuto un po’ reinventare. Si è reinventato sostanzialmente seguendo due filoni: quello dell’efficientamento, oppure quello della diversificazione, quindi una piccola produzione, ma più variegata possibile. Io ho fatto questa scelta.

Da quanto tempo hai in mano l’azienda?

Dal 1998. 20 anni. I primi dieci mi sono serviti per capirci qualcosa. I secondi 10 per tentare di fare! Diversificare costa. Perché devi sapere molte cose, hai piccole produzioni, rischi altissimi e quindi la possibilità di sbagliare è abbastanza elevata. Però abbiamo fatto questa scelta e su questa scelta noi vogliamo proseguire per due motivi fondamentalmente: uno perché quest’azienda non è strutturata in modo da poter diventare efficiente.

Azienda agricola Terra di Mezzo di Stefano Galli a Dragone di Montedinove

Il massimo dell’efficienza è un corpo unico di terra irrigua di forma regolare in pianura. Quest’azienda di tutti questi elementi non ha niente, perché è frantumata su tre comuni e due province, ha dei pezzi irregolari, non è tutta in pianura… E poi subentra la questione affettiva. Io sono legato a questa terra in maniera spropositata. Per me è più semplice immaginarmi a fare un altro lavoro, piuttosto che a fare questo lavoro da un’altra parte, perché io sono ferocemente legato a questo posto. Con tutti i suoi difetti, anche perché lavorare e vivere qui non è semplice.

E il punto vendita a Porto San Giorgio?

È un’avventura che è iniziata 5 anni fa. Fare vendita diretta non è affato semplice, ci si incontra e scontra con i desideri dei consumatori, che non sempre sono chiari. Abbiamo capito di dover proporre un’offerta più vasta possibile, e per questo abbiamo cominciato a coltivare anche gli ortaggi. Addirittura proponiamo ai clienti verdure già pronte all’uso o alla cottura.

Com’è il rapporto tra consumatore e stagionalità?

Bisogna capire cos’è la stagionalità, bisogna “mettersi d’accordo”. Pensa che la stagionalità qui e a Pedaso è diversa. I primi finocchi per esempio arrivano sul banco a luglio. Abbiamo già destagionalizzato! Perché i finocchi prima di ottobre qua non dovrebbero arrivare. Tutti gli stereotipi che in questi anni ci siamo dati: stagionalità, biologico, km0… Questi qui sono slogan che sganciati da quello che è l’impresa, l’imprenditore, il coltivatore, non hanno senso. Sono concetti talmente aleatori che noi non riusciamo bene a individuare. Ti faccio un esempio: è meglio un ortaggio coltivato a km0 al confine con uno svincolo autostradale o un ortaggio coltivato a 600 km in zona parco? Meglio un frutto bio coltivato da manodopera sfruttata o un frutto coltivato con metodi convenzionali con manodopera regolare?

Queste ovviamente sono provocazioni. Ciò verso cui dobbiamo tendere è stabilire dei rapporti umani fra chi coltiva e chi consuma. Perché se tu non costruisci un rapporto di fiducia, non sarà un’etichetta, non sarà un metodo di coltivazione, non sarà semplicemente un luogo a darti un buon prodotto. Il fattore umano, con le sue potenzialità e fragilità, la miscela di lavoro, conoscenze e competenze, è il vero differenziale qualitativo. Non esiste legge, marchio o luogo che siano veramente unici senza il lato umano, personale, spirituale delle persone.

Mentre chiacchieriamo saliamo in macchina e ci spostiamo verso quella che sarà davvero una bella sorpresa, un salto affascinante indietro nel tempo.

Azienda agricola Terra di Mezzo di Stefano Galli a Dragone di Montedinove

Qual è il tuo scopo? Chiedo.

Ho girato attorno a questo tema talmente tante volte, cosa voglio, che alla fine mi sono dato una risposta che non c’entra niente con l’agricoltura. Sono arrivato a rivalutare tantissimo il vecchio slogan “chi mi ama mi segua” e poi al fatto che, siccome il consumatore non si sa quello che vuole, ho deciso di costruirmi un modello e metterlo a disposizione di chi ne vuole usufruire e condividere. A me piace questo lavoro, amo questi luoghi, ma non voglio né morire di lavoro né rinunciare a quelli che sono i miei obiettivi della vita e le mie passioni, cioè laurearmi in scienze politiche e prendere il brevetto da paracadutista!

Nel frattempo arriviamo di fronte ad una struttura fortificata del ‘500, che scopriamo essere l’antico mulino dell’epoca di Sisto V dove è nata sua madre.

Qualcuno lo chiama “La zecca”, in realtà in epoca sistina probabilmente ha fatto da deposito di monete, qui il conio non c’è mai stato. Non c’è mai stato il maglio. Questa è una struttura particolare perché è una torre merlata, di difesa. Visto che il mugnaio doveva stare qui, poiché non era possibile tornare la sera in paese a dormire, questo mulino doveva essere fortificato. Qua sotto c’erano le macine, mentre sopra c’era l’abitazione. Il padre di mio nonno era il mugnaio, mia madre, con le sorelle, è nata qui dentro, mio nonno viveva qui, poi negli anni ’60 ha costruito un’altra casa.

Torniamo al tuo modello aziendale. Cosa fai o vorresti fare di diverso con la tua attività?

Oltre a consumare i miei prodotti, vorrei che questo modello possa essere consumato non solo come prodotto finito, ma anche come modello di vita. Io non voglio vendere solo ciò che coltivo. Voglio vendere anche un modello di vita. E questa è una cosa che tutti potrebbero offrire, ma che per natura sarebbe sempre diverso l’uno dall’altro. Perché il mio stile di vita è mio. La vera sfida per i prossimi anni sarà quella di studiare un modello in cui il pacchetto dei prodotti offerti sarà anche di tipo immateriale. Se venisse da me una persona a fare spesa, mi piacerebbe che potesse usufruire anche della bellezza che c’è qui intorno, creare un itinerario, che potesse usufruire di una biblioteca e potesse anche giocare o fare sport in questi luoghi. Con dei percorsi, dei moduli, prestabiliti da persone competenti. Cultura, lavoro, benessere. Questa è la triade che può fare la differenza.

Vorresti metterti in collaborazione con altri professionisti?

Un paio di anni fa mi balenò per la testa l’idea di mettere a disposizione questo spazio e parte del mio tempo, affinché si venisse a creare in azienda un gruppo di persone che lavorasse per un progetto unitario. Quindi ipotizziamo uno spazio non utilizzato, io coltivo ortaggi e frutta e di questo mi devo occupare, ma se ci fosse qualcuno di buona volontà che ama gli animali, potrebbe allevarli qui e potrebbe produrre ad esempio uova acquistabili presso il nostro punto vendita. All’interno dell’azienda, ma che non sarebbe più come la immaginiamo noi, ma un insieme di attività imprenditoriali in un unico luogo. Chiamiamolo co-working?

Azienda agricola Terra di Mezzo di Stefano Galli a Dragone di Montedinove

Aziende che fanno sistema, in senso materiale e immateriale, agricolo e non agricolo. Fare un lavoro del genere in un borgo del‘500, a sistema con un’impresa agricola, darebbe un valore aggiunto. Per me è sicuramente la partita del futuro perché nessuno si salva da solo, nel senso che io non riusciò mai a fare un’impresa che valga qualcosa senza l’aiuto degli altri. Questo è innegabile. Nel solo negozio e nella sola produzione non c’è prospettiva. Non c’è prospettiva per un’azienda che si regge su una persona sola.

C’è un prodotto particolare sul quale punti di più allo stato attuale? Che magari ha creato inizialmente un po’ di diffidenza, ma poi ha preso piede?

La mela rosa dei Sibillini è un prodotto che fino a 15 anni fa era completamente abbandonato, perché il consumatore sostanzialmente vuole un prodotto che sia standard con alcune caratteristiche: croccantezza, succosità, colore. Questa mela non dappertutto riesce a garantire questi standard. Per cui è una mela che è andata in disuso, anche perché è un po’ insolita, un po’ piccolina, se non conservata bene tende a sfarinare, perdare il meglio di sé dovrebbe essere coltivata con tempi di ritorno molto lontani e quindi è andata in disuso. Fin quando non è stata recuperata. In un primo momento ha incontrato della resistenza, ma poi è riuscita a ritagliarsi uno spazio in una nicchia in continua espansione. Noi l’abbiamo piantata, ci abbiamo creduto. Invece un’altra cosa che ci sta dando una buona risposta, dopo un primo anno di sperimentazione è la zucca.

C’è una riscoperta della zucca?

Sì. Nella nostra zona la zucca non è mai stata considerata un alimento. Perché non era culturalmente nostra e perché le zucche generalmente si davano ai maiali. Fin quando invece non ci si è resi conto che la zucca è un ottimo prodotto, ha molte proprietà e soprattutto può essere anche buona, perché un prodotto diventa buono anche in base alle ricette in cui lo impieghi. A maggio siamo entrati in contatto con l’azienda Orto Antico di Senigallia e siamo rimasti affascinati dalle mille forme e colori delle zucche. Abbiamo deciso di investire e i risultati ci danno ragione: attorno al prodotto c’è curiosità e consenso sfociati in un nostro bellissimo evento al ristorante L’Amaca di Altidona la sera del 31 ottobre e l’evento “Dalla A alla Zucca” di Acquaviva Picena. Sicuramente sarà un prodotto che nei prossimi anni farà parlare di sé.

Azienda agricola Terra di Mezzo di Stefano Galli a Dragone di Montedinove

Ci spostiamo nuovamente e ci ritroviamo in “Galleria”, che non ha niente a che vedere con un tunnel, ma scopriamo che è un nome che simpaticamente sta ad indicare quello che era un piccolo borgo abitato dalla famiglia Galli dal 1500. Qui dominano uliveti e vigneti, circondati dal bosco.

Di questo posto l’architettura ci dice molto, perché fa il paio con il mulino di prima, nel senso che attorno al ‘500, quando lo Stato della Chiesa, al pari di tutti gli altri stati italiani, riesce a riprendere il controllo del territorio, inizia a collocare in posizioni strategiche delle strutture, che sono quasi sempre strutture di servizio e mai abitative. Una è il mulino che abbiamo visto prima, un’altra potrebbe essere questa. Se osserviamo bene questa struttura, la parte centrale è datata 1565, lo sappiamo perché c’è dentro un mattone murato con la data. Questa struttura è stata costruita sicuramente in precedenza con dei materiali di recupero che provengono dall’altra parte del fosso, di un ex convento, che a sua volta era fondato su resti di case romane, perché qui sopra noi abbiamo degli embrici romani.

Questo era sicuramente un possedimento della chiesa o comunque dei preti, che avevano base a Montalto; uno di questi preti aveva un fratello, un certo Galli Antonio, che fu mandato con la famiglia ad abitare questo posto. E qui poi la famiglia continuò a vivere e lavorare per qualche secolo. Di fronte abbiamo il casino di caccia della famiglia Sacconi, una famiglia importante di Montalto, imparentata con l’architetto Sacconi dell’Altare della Patria a Roma, originario di Montalto, e uno di questi suoi parenti nobili passava da qui, chiamava mio nonno e gli chiedeva di fargli alzare in volo i piccioni per sparargli col fucile!

Incredibile!

Questo posto arriva al massimo della sua estensione e popolosità negli anni ’40, quando qui dentro c’erano 5 famiglie e 45 persone. E queste 45 persone vivevano della terra che vedete qui intorno. È qui che devo riuscire a riportare un po’ di vita. Da qui fino a Montalto c’è un corpo unico di 19 ettari di terreno nostro fatto di uliveti, vigneti e bosco, tant’è che mia nonna diceva (con un gusto un po’ tetro): “Tu pensa, io quando me mòro posso anda’ al cimitero passando sempre sopra la terra mia!”. Qui c’è un impianto di oliva tenera ascolana, altre varietà tipiche: sargano, piantone di Falerone, piantone di Mogliano, poi c’è un vigneto di rosso piceno e di pecorino.

Azienda agricola Terra di Mezzo di Stefano Galli a Dragone di Montedinove

Vorresti ridare vita a questo piccolo borgo?

Sì, il primo nucleo da cui ripartire sarà questo, creando una sorta di “agricamping”: un giardino di frutta all’interno del quale ci sia la possibilità di piazzare delle tende, così che i turisti, dal corridoio adriatico, quindi dalla ciclovia che va da Trieste a Santa Maria di Leuca, possano risalire la Valle dell’Aso, andare alle montagne e fermarsi qui. Questa è l’idea della stazione di posta. Fermarsi qui, dormire e trovare servizi; e questo vorrebbe essere uno spazio riservato al turismo a trazione non a motore, quindi a piedi, bicicletta o animale. Per fare questo servirebbe certamente un bel capitale umano, ma anche risorse derivanti da un crowdfunding, oppure un mecenate che creda nel progetto.

Il “dato umano” per voi è molto importante, ci sono anche altri progetti in corso in questo senso?

Un esempio è il progetto di collaborazione con lo SPRAR di Montedinove, cioè l’accoglienza dei rifugiati; cercheremo di inserire in azienda uno o due immigrati con un tirocinio formativo. In cambio del loro tempo e del loro lavoro, noi forniremo una formazione e quindi delle competenze. E poi con delle cooperative di gestione di disabilità o di diversa abilità, stiamo cercando di costruire un progetto di collaborazione basato sulla vendita dei loro prodotti. Noi offriamo loro gratuitamente uno spazio nel nostro punto vendita di Porto San Giorgio per poter vendere i loro prodotti. Quindi diciamo che a livello di progettualità c’è molto!

Beh, che dire? In bocca al lupo Terra di Mezzo!

Azienda agricola Terra di Mezzo di Stefano Galli a Dragone di Montedinove

Segui Terra di Mezzo su Facebook: https://www.facebook.com/stazionediSposta/

Cesare Catà: lo storyteller della Marca

Consiglio per te: assapora una buona birra mentre leggi questo articolo e ascolta vera musica celtica

La nebbia avvolge come un manto impalpabile questa domenica di novembre a Montedinove. Tutto è sospeso, onirico e quasi sembra di non sapere cosa si potrebbe scorgere all’improvviso tra i vicoli di questo antico borgo. A pensarci bene mi sembra molto azzeccato incontrare, in una giornata come questa, uno storyteller innamorato dell’Irlanda e appassionato di leggende.

Intervista a Cesare Catà nella nebbiosa Montedinove

Il mio interlocutore mi attende sorridente, sta per essere messo in scena un suo pezzo teatrale da tre attrici della Compagnia dei Folli di Ascoli Piceno, una leggenda inventata da lui ispirata al curioso nome di una frazione di Montedinove: Dragone. Lo spettacolo è in inglese, un’idea interessante per invogliare i turisti stranieri che si avvicinano al Festival dell’Appennino, penso. Cesare Catà mi racconta che saranno sei gli appuntamenti con questo genere di spettacolo in lingua, che ricominceranno ad aprile e narreranno storie legate a luoghi dei Sibillini. Questo mi da un assaggio di ciò che emergerà durante l’intervista che seguirà di lì a poco.

Davanti ad un calice di prosecco mi accingo ad indagare: chi è Cesare Catà? Una domanda difficile da fare a bruciapelo! Meglio partire da cosa fa e perché…

«Questo già è più semplice! Teatro soprattutto, letteratura… Perché è una spinta d’amore.» Gli occhi già gli brillano mentre pronuncia queste parole. «Come quando uno si innamora. Ti rende più sopportabile il mondo, più significativo, più sensato. Il teatro e la letteratura per me significano innanzitutto questo. Riconnettermi con autori e significati lontani nello spazio e nel tempo, rispetto a dove vivo io come creatura spazio-temporale, che poi diventano vicinissimi.»

Intervista a Cesare Catà

Perché lontani? Ti riferisci ad autori principalmente stranieri?

«Soprattutto, ma non solo. È una passione. E poi non credo nella distinzione Stato-Nazione, credo piuttosto nella distinzione delle lingue e nell’importanza del varcare i confini, cosa che la letteratura ti porta quasi sempre a fare.»

Chiacchierando scopro che Cesare ha cominciato già da piccolo a raccontare storie: un bambino “diverso” e amante dello stare in compagnia, che cominciò ad immaginare leggende legate al Mar Adriatico che vedeva tutti i giorni, a Porto San Giorgio, per poi scoprire in adolescenza i Monti Sibillini.

Monte Sibilla

«Dai 27/28 anni sono diventati un po’ il mio luogo d’elezione per le storie che c’erano. E poi di studio e poi… Tante cose.»

Li frequentavi in solitaria? C’è una leggenda in particolare a cui sei legato?

«In solitaria, quasi sempre. Beh, la leggenda del Guerrin Meschino, quella che di più ho studiato, che racconto sempre negli spettacoli e che amo molto. È la storia di un cavaliere che si perde e si ritrova, è una storia universale ambientata tra le nostre montagne, che ha a che fare con tutte le leggende medievali accorpate in un solo racconto. Ci sono tutte le fantasmagorie, c’è dentro una sapienza pazzesca, si collega a leggende europee, però il fulcro della storia è qui, in queste montagne dove stiamo adesso. Quindi mi è particolarmente cara.»

Quindi il teatro è il tuo lavoro principale.

«Sì, il racconto. Non il teatro in senso canonico, non faccio l’attore di prosa, faccio lo storyteller di solito. E quindi una forma di teatro particolare, una performance. Attualmente è quello che faccio di più, oltre al resto, che è scrivere, tradurre, il meno possibile fare lezione, ma ogni tanto insegno pure. Alle elementari, con dei progetti esterni, incontro bambini a cui racconto leggende; spesso sono molto più preparati dei bambini più grandi di 20/30 anni! Non sono andati ancora a scuola, quindi sanno un sacco di cose!» ride.

Scopro che Cesare porta lo storytelling anche nelle aziende: tiene seminari in cui spiega l’importanza del saper raccontare storie per migliorare la comunicazione, ma anche del public speaking, grazie alle antiche lezioni di Cicerone, Aristotele… Shakespeare! È incredibile come la letteratura insospettabilmente possa “insinuarsi” ed integrarsi in mondi in cui si potrebbe pensare che possa essere assolutamente estranea.

Reading Cesare Catà

E gli spettatori delle tue performance invece? I tuoi spettacoli si tengono essenzialmente nelle Marche, perché sono questi i luoghi che vuoi raccontare e a cui sei legato. Com’è il pubblico marchigiano?

«Molto, molto ricettivo. Si tende a pensare alle Marche come un paese di contadinotti e di pescivendoli. Lo è, ma nel senso migliore. È una terra piena d’arte; non so in quale altro posto d’Italia ci siano così tanti artisti, cantautori, attori, scrittori che operano in piccoli centri. Quando si fanno iniziative culturali la gente c’è. C’è uno scambio, un fermento umano.»

Qual è lo scopo dello storytelling?

«L’arte del racconto è una delle cose più nobili che esistano da sempre nel genere umano, è quella che ci ha tenuto in vita in molti momenti. Anche quando l’uomo moriva di fame anticamente, non si è mai smesso di raccontare. È quello che ci rende uomini, quindi è forse una delle cose fondamentali dell’essere umano insieme a mangiare, bere, fare l’amore, eccetera. Mi piace molto che quest’idea del teatro e della letteratura esca dai recinti accademici o dai luoghi preposti a fare cultura, come i teatri. C’è tutta una scuola antica per cui ogni luogo in cui si recita è teatro. Quindi questo può avvenire in qualsiasi posto. Anche in un pub, come facciamo spesso, in un bosco, in spiaggia come facciamo a Porto San Giorgio e quindi il teatro diventa dove reciti, non viceversa.»

Che cos’è un Luogo per te?

«Il luogo è il “topos”, che è diverso da un “posto” perché significa che c’è una presenza umana che lo rende abitabile. Quindi tutto ciò che crea un rapporto tra l’uomo e il suo ambiente è un luogo. Il luogo è il contrario di quello che un sociologo chiama un “non luogo”, dove gli uomini invece non hanno legami con il posto in cui stanno. Il luogo è identitario. Heidegger, un filosofo che amo, diceva anche che l’essere umano è proprio ontologicamente connesso con la terra. Un rapporto spirituale dell’uomo con il suo ambiente. Heidegger per esempio rimase sempre in provincia, lo spiegò in Warum bleiben wir in der Provinz?, a me particolarmente caro, sia per motivi filosofici, sia perché nonostante tante evenienze nella mia vita, alla fine sono sempre rimasto nelle Marche. E per ora sto qui convintamente.»

Intervista a Cesare Catà

E invece la passione per l’Irlanda? Da dove nasce?

«Nasce da un viaggio negli anni ’90, quando ero molto giovane e non sapevo ancora una parola di inglese. Partii dalle Marche verso un paesino dell’Irlanda per imparare la lingua. Era il 1997 e da allora ogni anno, almeno due volte all’anno, sono stato in Irlanda. A volte per lungo tempo, un anno, a volte mesi, a volte due giorni. Però sono sempre tornato.

C’è un legame speciale, per me anche un po’ misterioso, con quella terra dove ho studiato, poi ho lavorato, dove ho avuto tanti affetti e dove ho imparato un sacco, oltre all’inglese. Dove c’è un’atmosfera strana e molto bella per la musica, la letteratura, per i pub, per la danza, eccetera. Il pub è una grande passione, insieme a quello che accade nel pub! Quindi la birra, gli incontri e tutto il resto. Il pub come luogo di mescita e come luogo umano, sia per la birra, sia per quello che ci succede. Sono un animale da pub. Nel senso che ho passato forse più ore lì che a scuola, non so! Sono anche un po’ il mio ufficio, sia quelli in Irlanda sia a Porto San Giorgio. Ci lavoro. Per le prime birre, poi per le seconde non riesco più!» ride.

Una leggenda irlandese a cui sei legato?

«Tantissime. Molte delle leggende le ho conosciute all’inizio perché le ha raccontate un poeta che è molto caro al mio cuore, che è William Butler Yeats, il poeta più famoso d’Irlanda. Lui viveva a Sligo, che è una città nella quale poi mi sarei trasferito per lunghi periodi della mia vita, nella quale sicuramente tornerò, e lui, tra le tante, in una poesia racconta la leggenda dello “Stolen child”, cioè il “Fanciullo rapito”.

Si narra di come gli irlandesi credano che alcuni esseri umani per vengano momentaneamente rapiti nel Regno delle Fate, chiamato “Tírna nÓg” in gaelico, e quindi la persona che resta qui è semplicemente un simulacro di quella reale, perché la vera anima sta nel mondo delle fate. E Yeats racconta questa leggenda con un bambino che alla fine decide di restare di là e non tornare di qua. “For the world’s more full of weeping than you can understand”, perché il mondo è molto più pieno di lacrime di quanto voi possiate capire. E così finisce la poesia.»

A questo punto restano due domande finali, che chiudono il cerchio. La prima: quando le persone leggeranno questa intervista, secondo te cosa dovrebbero bere o mangiare mentre lo fanno?

«Bere possibilmente una birra o un amaro Sibilla, quindi un richiamo o all’Irlanda o all’Inghilterra di Shakespeare oppure alla nostra terra marchigiana.»

E invece un pezzo musicale che andrebbe ascoltato durante la lettura?

«Tre opzioni a seconda dello spettatore. Potrebbe essere vera musica celtica, i Dubliners o Luke Kelly o Loreena McKennitt, oppure Wagner, una grande sinfonia, un grande preludio, oppure i Doors.»

The Dubliners: https://www.youtube.com/user/TheDublinersOfficial

Loreena McKennitt: https://www.youtube.com/user/quinlanroad

The Best of Wagner: https://www.youtube.com/watch?v=4i0TnNI6U-w

The Doors: https://www.youtube.com/user/thedoors

Grazie Cesare!

A proposito di Naturopatia

Consiglio per te: assapora un  tè rooibos mentre leggi questo articolo e ascolta una musica rilassante

Partiamo dal principio: chi è Francesca Panfili?

Sono una naturopata iridologa. Sono appassionata di benessere olistico e naturale e questo grande interesse mi ha portato a studiare la naturopatia, l’iridologia e lo yoga. Ho 30 anni e da quattro anni faccio questo lavoro a Gubbio e in centro Italia.

Francesca Panfili: naturopata e iridologa

Da Gubbio come sei arrivata ad operare nelle Marche?

Amo molto le Marche. Lì ho molti amici con cui condivido delle passioni legate al volontariato e attraverso il passaparola legato al mio lavoro, molti di loro iniziavano a venire in Umbria per le consulenze di naturopatia. Così ho deciso di andare io da loro, anche per la risposta positiva che ho trovato da subito con il mio lavoro in questo territorio. Le Marche sono una regione molto aperta al benessere olistico e alle discipline naturali. Fin da subito si è creata una  bella collaborazione con erboristerie e professionisti sul territorio che mi hanno dato la possibilità di lavorare in questa regione. Attualmente ricevo a Civitanova Marche e a Porto Sant’Elpidio.

Ricordi il tuo primo “vero” contatto con la natura? Eri una bambina?

Da bambina, grazie ai miei genitori, passavo molto tempo nella natura. Passeggiate nei boschi, escursioni ad alta quota e vacanze in montagna mi hanno sempre dato la possibilità di osservare la natura, i suoi ritmi e le meraviglie che offre. Da lì ho iniziato ad appassionarmi alle erbe; per un periodo della mia vita ho abitato vicino ad un bosco in collina e ho avuto un grande orto che per me era come un giardino, ricco di fiori, frutti, verdure e piante medicinali che ho iniziato a conoscere. Da questo contatto profondo con la natura, ho deciso di voler aiutare le persone attraverso l’utilizzo dei rimedi naturali.

Cosa significa la parola “naturopatia” e soprattutto cos’è?

Etimologicamente il termine naturopatia ha origine da natura e pathos: empatia con la natura, o meglio, sentire secondo natura. Nell’antichità la medicina si è basata proprio su questo assunto: ristabilire l’equilibrio del corpo attraverso i rimedi che la natura offriva, curando in armonia con essa. I primi naturopati, come Ippocrate, padre della medicina contemporanea, sono stati degli attenti osservatori della natura. Consideravano l’uomo come parte integrante dell’ambiente naturale in cui viveva. Dalla tradizione antica della medicina popolare, oggi la naturopatia è diventata una disciplina che unisce il sapere del passato alla ricerca e alla conoscenza scientifica attuale.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la naturopatia

enfatizza prevenzione, trattamento e promozione di ottima salute attraverso l’uso di metodi terapeutici e modalità che stimolano i processi di autoguarigione, come la Vis Medicatrix Naturae. L’approccio filosofico della Naturopatia include prevenzione delle malattie, stimolazione delle capacità curative innate del corpo, trattamento naturale dell’intera persona, responsabilità personale per la propria salute, ed educazione del paziente ad uno stile di vita salutare“.

Oggi la naturopatia utilizza diverse tecniche e metodologie non invasive per conseguire quanto l’OMS ha delineato: l’iridologia, l’alimentazione naturale, la floriterapia, la fitoterapia, le tecniche manuali quali la riflessologia plantare e molto altro.

Cosa ti ha attratto del mondo della naturopatia al punto di farne un lavoro?

Sicuramente la mia passione per l’uomo e la natura. La visione olistica che considera l’essere umano come un’unione di più fattori che integrano l’aspetto fisico, come la mente, le emozioni, i pensieri, l’ambiente in cui vive, il cibo di cui si nutre e molto altro. Tutto questo mi ha spinto a studiare e ad approfondire la naturopatia. In particolare l’iridologia che adotto durante le mie consulenze. Andare oltre la visione dell’uomo e della malattia confinata solo al corpo. Indagare l’animo umano, le sue sfaccettature, l’energia degli organi e le connessioni delle disarmonie che oggi chiamiamo malattie con l’interiorità di ognuno. Questo è ciò che mi intriga di più del mio lavoro. Poter aiutare le persone a stare bene attraverso un percorso di consapevolezza e responsabilità della propria salute è quello che mi ha spinto a fare della naturopatia il mio lavoro.

Chi si rivolge al naturopata e perché?

Le persone che si rivolgono ad una naturopata solitamente ricercano un approccio al benessere legato ad una visione olistica dell’uomo che tenga conto di una visione della salute integrata e basata su più fattori: stile di vita, alimentazione naturale, gestione dello stress e delle emozioni e molto altro. Le persone che seguo vanno dai bambini agli anziani, passando per le donne in dolce attesa. La naturopatia è una disciplina adatta a tutti che supporta il corpo e la mente, in accordo con la medicina ufficiale. Il naturopata professionista opera infatti in sinergia con il medico e pone in atto delle strategie che consentono alla persona di prendere coscienza della propria salute. In questo senso la naturopatia è una disciplina che mira ad educare le persone al benessere e alla prevenzione, come stabilito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Ti è mai capitato che dei medici si rivolgessero a te?

Si. Soprattutto ultimamente sto seguendo diversi medici e professionisti del settore della salute tra cui psicoterapeuti, infermieri, ostetriche e fisioterapisti. C’è sempre un bellissimo dialogo e confronto sui temi che sono di primaria importanza per la salute come l’alimentazione, la prevenzione primaria, lo stile di vita, l’utilizzo della fitoterapia e dei rimedi naturali per riportare in equilibrio il corpo e la mente, le pratiche di gestione dello stress e molto altro!

C’è un caso che ti ha dato particolare soddisfazione?

Nel tempo sono state molte le persone che mi hanno dato soddisfazione. Ogni volta che rivedo una persona motivata con cui ho iniziato un percorso di naturopatia e iridologia, posso notare subito tante differenze sostanziali che mi stupiscono sempre e che mi rendono soddisfatta. Vedere i cambiamenti nella luce degli occhi delle persone, la pelle più luminosa indice che il corpo ha iniziato a depurarsi, sentire i loro racconti quando mi dicono cosa cucinano, come è cambiata la loro quotidianità, vederle in armonia con se stesse è una delle mie più grandi soddisfazioni!

Voglio però raccontare il caso di una donna che mi ha colpito particolarmente. Lei soffriva da anni di depressione e su consiglio del suo psicoterapeuta è venuta da me. Dopo un lavoro sul suo intestino che le dava problemi da tempo, attraverso l’iridologia siamo riuscite ad individuare le cause profonde del suo malessere identificando i periodi della vita nei quali aveva avuto dei traumi emotivi importanti che lei non ricordava. Prendendo consapevolezza delle sue emozioni non ascoltate fino a quel momento, attraverso rimedi naturali, alimentazione consapevole e nuove abitudini introdotte nella sua vita, questa donna ha ritrovato la gioia di vivere. Ha saputo fare delle sue difficoltà un grande dono che l’ha fatta crescere e che è diventato di ispirazione per altre donne. Questa storia mi emoziona sempre!

Grazie Francesca!

Visita il sito: www.francescapanfili.com