“Identità” di Marco Giovagnoli

Tratto dal “Piccolo dizionario sociale del terremoto”, Cromo Edizioni, 2018

Marc Augé, già dai primissimi istanti dopo il sisma del 26-30 ottobre, quello che ha investito più direttamente Norcia e la sua natura benedettina, invoca una pronta ricostruzione poiché questa porzione di Italia rappresenta, per lui, la culla dell’identità europea. Dunque le prime riflessioni la prendono “larga”, per usare un linguaggio colloquiale.

Il termine – così come quello di comunità è un termine monstre, un contenitore enorme e pluriforme, di grande e lungo dibattito all’interno delle scienze sociali in primis (anche se oggi fiorisce nella narrazione e nella ricerca di una più ampia categoria di discipline non di tipo umanistico-clinico).

Termine monstre perché di ardua definizione, di incerto accordo e di scivolosissimo utilizzo politico, incline ad essere abusato tanto in Parlamento quanto al bar. Tanto che un antropologo come Remotti può scrivere un libro dall’evocativo titolo “Contro l’identità”. Tanto che un sociologo come Bauman può individuarne la nascita sulle ceneri della comunità. Tanto che un altro sociologo come Castells ne identifica diverse forme e diversi esiti, da quella legittimante a quella resistenziale a quella progettuale (dunque modi alquanto diversi di identificarsi).

L’identità è sempre costruita o inventata e dunque non esiste un’identità oggettiva: è frutto di definizioni e autodefinizioni, si rafforza o si indebolisce a seconda dell’ambiente in cui viene a trovarsi, stabilisce un dentro e un fuori, un confine per molti versi. Ecco perché occorre cautela nel maneggiare questo termine. È un’idea che porta con sé un carattere divisivo, al limite conflittuale, se interpretata come un “noi” e un “loro”; o anche può generare conforto, se ricondotta alle rassicuranti simbologie – generiche ma immediatamente intese dagli “appartenenti” a un dato territorio – che, appunto, identificano chi se ne appropria e le scambia.

"Ci riprenderemo a colpi di vincisgrassi, ciauscolo e Varnelli" in "Identità", Piccolo dizonario sociale del terremoto di Marco Giovagnoli, Cromo Edizioni

Quel “ci riprenderemo a colpi di vincisgrassi, ciauscolo e Varnelli” comparso sulla cartellonistica come nelle bacheche online di molte comunità virtuali nate dopo il sisma fa proprio riferimento a questo genere di identità: tre simboli dell’enogastronomia locale che al di fuori dell’areale marchigiano (o poco più) sarebbero incomprensibili ma che rappresentano invece per gli abitanti molto più che sole eccellenze enogastronomiche, ossia una dichiarazione esplicita di appartenenzae di mutuo riconoscimento. Chi si scambia quel motto sa di cosa sta parlando, di che territorio, di che storia comune.

Questa identità non appare perduta o divisiva, ma certamente, nei termini di Castells, resistenziale: quanto mai opportuna, in tempo di disastri. E tuttavia non sembra opportuno rimanere, per chi vive in questi luoghi, nel solo rimando ad un passato felice. L’identità del futuro probabilmente non potrà che essere progettuale – e dunque forse da (re)inventare.

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A proposito di Tantra

Approfondimento dedicato al Buddhismo Tantrico, intervista a Ricky A. Swaczy

Theravada è una delle scuole sopravvissute delle 21 che si erano venute a costituire quando Buddha ha dato i primi insegnamenti, quindi parliamo dell’insegnamento originario. Mahayana è una branca che si forma successivamente, diciamo più complessa. Le scuole fra di loro sono suddivise poi in sette, movimenti. Ma la setta già all’epoca non aveva un’accezione negativa, semplicemente era “tu Buddha mi stai insegnando una cosa e io prendo questo”. Le sette hanno avuto anche una funzione importante, hanno mantenuto vivace la visione.

Quando Buddha dava gli insegnamenti, li dava a tanti livelli diversi. La differenza la facevano le persone che ascoltavano. Buddha insegnava in lingua pali, una lingua fantastica, meravigliosa, perché è molto melodica, però dovete immaginare che 2500 anni fa, quando si riunirono le prime assemblee che iniziarono a seguire il Buddha, c’erano migliaia di dialetti diversi, di lingue diverse in India. L’India non era definita come lo è oggi. Si espandeva dalla Persia fino alla Cina. Non so se lo sapete, ma la Mecca originariamente era un tempio dedicato a Shiva. Ritornando a Buddha, lui dava insegnamenti in pali, ma date le sue facoltà, quando un insegnamento arrivava alle orecchie delle persone che facevano parte delle assemblee, era già tradotto. Quindi ognuno capiva.

Si formò così l’Hinayana o “piccolo veicolo”, veicolo originario, il quale prevede che il praticante di meditazione imperni tutta la sua crescita spirituale su se stesso e quindi si distacchi dalla società, scelga la via monastica. Bisogna essere un monaco per giungere al risveglio. E cosa si fa? Si smette di nuocere agli altri, si pratica la meditazione e si coltiva anche la corretta visione, che fa parte ovviamente della struttura meditativa del piccolo veicolo. Però secondo le scuole successive, quindi Mahayana, “grande veicolo”, non si può raggiungere l’illuminazione se manca un elemento fondamentale: la compassione. La compassione nel buddhismo è desiderare la felicità degli altri.

Quando Gautama si è risvegliato, il suo primo pensiero è stato “non potrò mai trasmettere questa conoscenza all’uomo, io mi suicido”. Ma simultaneamente, nel momento in cui emerse, risvegliato, nacque in lui anche la grande compassione, quell’elemento fondamentale che dice “devo aiutare anche gli altri ad emergere”. Queste sono state le basi del Mahayana: buddhismo che si è espanso poi in Cina, Corea, fino in Giappone.

Il Chan, che diventa Zen in Giappone, non è la stessa cosa, è profondamente diverso. I praticanti di zen, nella loro essenzialità, sono stati dei rivoluzionari. Sono andati contro quello che era un sistema di tipo ecclesiastico che si era venuto a conformare anche nel buddhismo. Nel Giappone antico lo zen diventa quasi un movimento ribelle, iconoclasta, va contro tutto ciò che è l’iconografia classica del buddhismo, tant’è che quando viene rappresentato un Buddha, l’halo, che è quella sorta di aureola che hanno anche i nostri santi, viene tolta da sopra la testa e posizionata all’orecchio.

Lo zen, a differenza delle altre scuole, non presuppone insegnamenti, solo pratica di meditazione sulla base di un semplice principio: presenza mentale qui e ora. È lo status, è la natura. Lo devi semplicemente risvegliare. Questo processo avviene tramite la disciplina, tant’è che lo zendoka che cosa fa? Medita tutto il giorno; la sua meditazione è zazen, stare seduti. Se tu rientri in Cina, vai nel Chan, hanno una meditazione “around the clock”, “medito quando mangio, medito quando mi lavo i denti, medito quando cammino…” La meditazione è presenza mentale sempre.

Il Tantra invece è il movimento che sorge in India tra l’VIII e il XIII secolo; i suoi seguaci non solo sono iconoclasti, sono ribelli, sono anarchici sostanzialmente. Chi sono questi personaggi che fanno parte del movimento tantrico? Gli 84 Mahasiddha. Notai, accademici, prostitute, disabili, delinquenti, pesciaroli, falegnami, agricoltori, ce n’era di ogni sorta. Però loro erano al di là di quello che era la loro funzione o ruolo sociale. Questo sta a dimostrare anche che il tantra non necessariamente deve essere sovrapposto a un’immagine del sant’uomo o dell’uomo saggio. C’è proprio la dissacrazione totale.

Il Tantra poi è la conoscenza di tutta la struttura anatomica estremamente sottile, il corpo pranico, il corpo sottile. Come si acquisiscono queste conoscenze? C’è solo un modo. Bisogna iniziare a frequentare dei maestri. Il Tantra è dedicato soprattutto a quelle persone che lavorano sul piano energetico, piano meditativo profondo e trasformazione. Il Tantra è la trasformazione. Trasformare che cosa? La nostra visione ordinaria, dualista, che prevede sempre soggetto e oggetto, quindi una separazione. La comprensione che questo dualismo è illusorio. La fisica quantistica dice “we are one, our reality is an illusion”. Di cosa siamo composti? Atomi, particelle subatomiche… I quanti sono qui e al di fuori di noi. Lato A e lato B. Sono connessi.

E cosa passa in questo filo sottilissimo? Comunicazione. Che tipo di comunicazione? Ogni azione che tu compi qui, in questo istante, viene registrata simultaneamente, quindi in tempo reale, da un’altra parte. Sai quanti atomi compongono il nostro organismo? Sette miliardi di miliardi. Quanti quanti? Moltiplica e poi sparali nel multiverso. E che cosa siamo nella forma più sottile, a livello quantistico, dall’altra parte? Perché il lato A è qui e il lato B è là. Ma tu devi immaginarti che in questo istante si stanno emamando dal tuo corpo, quindi parliamo di materia, miliardi di miliardi di miliardi di fili sottili che comunicano con le particelle B sparate nel multiverso.

Polvere di stelle, pianeti, altre forme di vita? Questo non lo sappiamo. Allora quando io dicevo prima che, un conto è quello che noi pensiamo di essere, perché ci hanno insegnato che noi siamo “uno”, e un conto è quello che siamo realmente. La scienza oggi sta evidenziando che non siamo uno. Siamo tutto. Allora quando pensi a te stesso, prova a immaginare di essere la punta del polpastrello di questo corpo, di questo organismo. Quando questa punta di polpastrello, con il tempo, si consuma, idealmente muore. Ma non sta morendo. Muore solo la superficie, perché tu sei tutto. Il problema è che noi non riusciamo a comprendere questa condizione. Lì è la base per l’insegnamento del buddhismo.